Recensione: “Gioventù senza”

gioventù senza
foto Laila Pozzo

I giovani rappresentano davvero il futuro? E cosa accadrebbe se gli adulti si accorgessero della presenza di elementi inquietanti presenti in germe nelle nuove generazioni? Adattato dal romanzo di Ödön von Horváth, lo spettacolo di Bruno Fornasari mette in scena il dramma dell’ideologia razzista, preparatoria a ciò che sarà il più grande abominio della storia umana, comunemente noto come Shoah, attraverso lo sguardo critico di una classe di adolescenti dei giorni nostri.

Gioventù senza, andato in scena al Teatro dei Filodrammatici dal 14 al 24 novembre, si configura, infatti, come una riscrittura meta-teatrale, in cui gli studenti ricostruiscono in modo documentaristico una storia entrata a far parte della memoria collettiva, e proprio per questo ormai scolorita, sempre più labile di generazione in generazione, sempre più percepita come lontano di ricordo di un Passato che mai più sarà Presente. Ma fin dal principio lo spettatore comprende che ciò che viene presentata come una realtà distante nel tempo è più vicina di quanto possa sembrare e che le aberranti frasi risuonanti nei proclami della propaganda nazista riecheggiano come slogan tristemente noti anche a noi contemporanei. Sempre più spesso, infatti, accade di imbattersi in commenti razzisti, omofobi e misogini sui social network o nei talk show televisivi; ormai assuefatti alla violenza verbale, ci siamo abituati a passarci facilmente sopra, senza interrogarsi sui motivi per cui le piattaforme digitali sono diventati una moderna cassa di risonanza di odi e rancori sociali che tanto ricorda gli antichi mass media facilmente influenzabili dalle ideologie estremiste.

Tutto, infatti, ha origine da una frase, scritta in un ordinario compito in classe da un giovane liceale tedesco nei primi anni del regime nazista: “i negri non sono esseri umani”. L’autore del tema è N, un ragazzo come tanti di quell’epoca, svuotato dei valori fondamentali dell’essere umano, pertanto facilmente riempibile di ogni tensione e pensiero. Vita, fede, amore e morte sono parole spogliate di significato e aleggiano come ombre a tormentare la coscienza dell’unico personaggio che sembra non avere ancora perso la propria anima, l’io narrante protagonista della storia. Egli è un giovane professore di storia, reduce della prima guerra mondiale e già sopraffatto dagli eventi drammatici a cui ha assistito, che lo hanno convinto della non esistenza di Dio, a tal punto da non riuscire nemmeno a pronunciarne il nome. La sua esistenza trascorre nell’ipocrisia e nella vile rinuncia alla verità e allo slancio etico, fino a quando, leggendo la frase di N, decide di prendere posizione contro l’ideologia dominante, inimicandosi la propria classe, nel disperato tentativo di non soccombere all’alienazione di un nuovo ordine sociale: una umana catena di montaggio, in cui l’istituzione scolastica si trasforma in un ingranaggio fondamentale, complice della creazione di una generazione di futuri soldati prodotti in serie, distaccati dalla realtà e indifferenti ai sentimenti umani, educati ad osservare senza intervenire, ad obbedire senza riflettere come un banco di “pesci” anonimi. Inizia, così, un percorso di acquisizione di consapevolezza delle proprie responsabilità e di affermazione dell’identità personale che coinvolgerà sia il professore che i suoi studenti.

Gioventù senza è la storia di un’assenza, di un vuoto generazionale che ha creato un mostro storico senza precedenti, ma anche di un’urgenza, di una necessità di raccontare e ricordare, di riflettere sul potere della parola e il valore della verità. Molti sono, dunque, gli agganci all’attualità offerti dalla pièce, attraverso una meta narrazione che riflette sui ritorni di fiamma dei fondamentalismi, sul pericolo del negazionismo e dell’oblio del passato, sull’importanza della formazione scolastica, anche oggi come allora subdolamente minacciata dalle ingerenze esterne, statali, religiose o familiari.

I giovani talenti della compagnia dei Filodrammatici, guidati dall’abile regia di Emilio Bronzino, ripropongono un celebre classico della letteratura novecentesca attraverso la riscrittura fresca e innovativa di Fornasari, che rilegge da un punto di vista innovativo la storia di una classe di ragazzi perduti, dallo sguardo vacuo (“da pesce”) e privi di una guida forte, spirituale e sociale. La drammaturgia mantiene molti elementi dell’originale senza eccedere, distanziandosene quanto basta per creare un maggior coinvolgimento del pubblico – in particolare adolescenziale – accentuando i punti di coincidenza con il moderno genere del teen thriller e sfiorando i temi caldi sempre più presenti sulle piattaforme digitali. Lo spettacolo si propone, dunque, come un prezioso stimolo soprattutto per le nuove generazioni che, tanto sul palco quanto fuori di esso, vengono investite di importanti responsabilità: trasmettere la memoria, custodire i valori e osservare il presente per costruire il futuro.

Angelica Orsi

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