Recensione: “Fuga in città sotto la luna”

fuga

Due confessioni animalesche sono quelle che si sono susseguite in Fuga in città sotto la luna di e con Cristina Crippa, con Gabriele Calindri, al Teatro Elfo Puccini. Due monologhi slegati tra loro, basati su Favola di Tommaso Landolfi, scrittore italiano del secolo scorso, vincitore del Premio Strega nel 1975, e su Il lupo mannaro di Boris Vian, scrittore e trombettista francese.

Tutto ciò che hanno in comune i due testi sono i protagonisti appartenenti al mondo animale e la luce della luna. Cristina Crippa è un cane che, stanca dopo la sua ultima cucciolata, vecchia e raggrinzita, rivela al pubblico il suo più intimo ricordo: l’amore profondo per una statua marmorea, vista solo una volta, in una notte di luna splendente. Un’infatuazione nata in un secondo e durata tutta una vita. Si tratta un pezzo nostalgico, in cui non è escluso che molti possano rivedere un qualcosa di sé, quella piccola parte che si tiene nascosta nei ripostigli dell’essere.
La protagonista si presenta distesa su un divano, si sente alla fine del suo percorso e così apre le valvole dei ricordi senza malizia o toni accusatori. Senza rimpianti o rimorsi, la sua storia è semplice. Il pubblico ascolta una persona, un cane, la cui vita è andata come ci si aspettava andasse, senza avvenimenti particolari, se non per quell’amore non corrisposto, talmente impetuoso in lei da crearle non poco imbarazzo. Non si sentiva all’altezza di poter amare una cosa così bella e imponente. Proprio questo, però, è stato in grado di darle forza e vigore negli anni. Un po’ come un tatuaggio, un piercing, quel vestito che si conserva in armadio. Sono tutte cose che servono per tenersi aggrappati alla proiezione mentale che si ha di se stessi. L’onestà con cui viene raccontata questa storia suscita un sentimento di tenerezza. La si vede proprio questa piccola cagnolina che si innamora di un blocco di marmo, illuminato dalla luce della luna.

Di portata più favolistica e magica è il racconto di Boris Vian. Forbito ed ironico, il racconto del lupo mannaro ha un registro smaliziato, adatto ad alleggerire il pubblico dalla nostalgia del primo monologo. Insomma, il sorbetto al limone che sciacqua la bocca dopo una portata di pesce. Un lupo vegetariano viene trasformato in umano mannaro, dopo essere stato morso da un uomo rabbioso. In circa trenta minuti, Gabriele Calindri dipinge davanti alla piccola platea della Sala Bausch una giornata da esploratore in un mondo nuovo e con un nuovo stile di vita. Si compra una biciletta, scorrazza per Parigi, beve, va a teatro e poi si accoppia con una prostituta, per poi scappare nella foresta allo scoccare della mezzanotte. Rispetto alla prima, questa seconda parte di spettacolo non ha le medesime premesse per far riflettere, ma intrattiene chi lo ascolta. Lo stile di Vian è umoristico, ma forbito, dotato di uno stile che non deluderà gli estimatori dei guizzi di ironia e sarcasmo, di cui solitamente sono muniti i lettori voraci.
Di una cosa, però, sicuramente fa venire nostalgia: della totale mancanza di volgarità esplicite (e un amplesso a pagamento nei sobborghi parigini è più triste che volgare), di un linguaggio appassionante, che con descrizioni colorate rende tutto ampiamente visibile.

Cristina Crippa, la signora dell’Elfo Puccini, firma anche la regia dello spettacolo, cullandosi nell’aria di casa, accogliendo gli spettatori come ospiti nel suo salotto.

Marta Zannoner

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*