Recensione: “Freud o l’interpretazione dei sogni”

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foto©Masiar Pasquali

Le contraddizioni di Freud, di ieri e di oggi

La prima edizione del saggio “L’interpretazione dei sogni” esce a Vienna il 4 novembre 1899. Tuttavia, per desiderio dell’autore Sigmund Freud, consapevole del valore rivoluzionario della propria opera, il libro porta la data del 1900, inaugurando a tutti gli effetti una nuova epoca. Dopo oltre un secolo il padre della psicanalisi ancora ci affascina e sconvolge allo stesso tempo con le sue teorie, è però la sua figura ad essere “analizzata” nello spettacolo Freud o l’interpretazione dei sogni in scena presso il Piccolo Teatro di Milano fino a domenica 11 marzo, con oltre un mese e mezzo di programmazione.

Il regista Federico Tiezzi, con il supporto di Fabrizio Sinisi, riduce e riadatta in forma teatrale il romanzo “L’interpretatore dei sogni” del pluripremiato scrittore e drammaturgo, nonché consulente artistico del Piccolo Teatro, Stefano Massini, il quale indaga il soggetto Freud restituendo “umanità a ciò che era prevalentemente teorico”. Laddove negli scritti originali i pazienti non sono descritti se non tramite brevissime note e non viene sviscerato il processo di scoperta ed elaborazione della psicanalisi freudiana, interviene Massini con una complessa ed ingegnosa invenzione letteraria. Ritrae un uomo “dilaniato dai dubbi e dai conflitti”, tutt’altro che vincente e imperturbabile, intorno al quale ruotano ed appaiono i pazienti come fossero evocati dalla sua mente. Ciascuno di loro presenta il proprio caso (da notarsi, a tal proposito, un’interessante mescolanza di generi), ciascuno offre allo scienziato la possibilità di indagare nella propria intimità per risolvere l’enigma di cui è portatore il sogno, allo stesso tempo però emerge una domanda e implicitamente una critica a Freud: vuole curare queste persone o le sta soltanto “usando” per soddisfare le proprie ambizioni? Vuole risolvere i nodi irrisolti dei pazienti o di se stesso?

A dar vita a queste apparizioni volutamente eteree figura in scena un nutrito cast di attori (molti già noti al pubblico del Piccolo Teatro, tra i quali si segnalano Elena Ghiaurov, Marco Foschi, Giovanni Franzoni, Sandra Toffolatti, Bruna Rossi, Debora Zuin), capeggiati da un magistrale Fabrizio Gifuni il quale interpreta il tormentato protagonista (e antagonista?) dottor Freud. Attraverso uno stile di recitazione che ricorda gli insegnamenti del Maestro Luca Ronconi, gli attori rivelano le passioni, i desideri, le paure più profonde, il “rimosso” dei personaggi in maniera sofferta, a volte tragicomica, spesso in seguito ad una lotta interiore e ad un acceso confronto con il dottor Freud; lui stesso sembra perdersi in un lungo pensiero, cercando faticosamente di decifrare attraverso i pazienti i propri rebus onirici e le proprie contraddizioni.

Da numerose porte misteriose che conducono, o meglio ci escludono dai recessi della mente (la scenografia è a cura di Marco Rossi, storico collaboratore di Ronconi di cui intravediamo anche in questo caso una traccia) escono ed entrano creature dai volti cerei, con costumi dalle reminiscenze klimtiane, maschere di lucertole, volti coperti e identità sfuggenti, immersi in un flusso dove ciascuno brancola in cerca di una via d’uscita. Continuamente si creano e si disfano, come fosse un sogno o forse un incubo, visioni, allucinazioni, ossessioni di eros e morte. Non è un caso che il primo atto si concluda con l’immagine di forte impatto di un corteo funebre dove si ritrova suo malgrado anche Freud, smarrito e confuso, Prometeo moderno e allo stesso tempo Edipo messo a nudo che non riesce a seppellire suo padre. Non solo Freud e i pazienti sono in crisi: il valzer di silhouettes che apre lo spettacolo evoca il fascino crepuscolare di un’Austria Felix ormai giunta al punto di svolta, dove la lieta malinconia degli Strauss cede già il passo alle ambigue luminescenze di “Verklärte Nacht” di Schoenberg. La crisi dei singoli riflette il clima di un’epoca di profonde trasformazioni che si sta affacciando sull’ignoto, inquietante ed irresistibile… non è difficile intravedere in questo aspetto una connessione ed analogia con il nostro presente.
Nella costruzione dello spettacolo il regista Tiezzi riprende coerentemente la tipica struttura dei sogni procedendo per immagini, spostamenti, associazioni, simboli – elementi affini al linguaggio teatrale – ma si avvale anche di proiezioni video e presenta evidenti tratti cinematografici (lui stesso lo considera a volte come il “suo primo film”) ad esempio nell’uso di vari setting, attraverso specifiche scelte a livello figurativo e musicale o, ancora, alternando lunghe immagini dilatate nei tempi come piani sequenza a tagli improvvisi resi da bui netti in scena, piani lunghi e scene corali a focus su dettagli e particolari precisi.

L’ambizione del regista è creare un’opera totale e per questo allestisce un impianto monumentale (una nota di merito va alla efficientissima squadra di tecnici e macchinisti, fiore all’occhiello del Piccolo Teatro) ricorrendo a tutti gli strumenti a sua disposizione, tuttavia forse questa aspirazione porta infine ad un sovraccarico espressivo e ad un ritmo eccessivamente lento, che indeboliscono nel complesso le dinamiche conflittuali, il mordente delle indagini interiori e il dilemma su cui si regge l’opera. Bisogna ad ogni modo riconoscere che le critiche sono state positive e il pubblico ha garantito una buona partecipazione a questa rappresentazione che ancora una volta ci dimostra quanto la disperata ricerca della propria identità sia un tema sempre attuale, nonostante la tendenza odierna ad una “superficialità social” senza memoria e senza tempo. “Freud rivela in ogni essere umano un portatore di contraddizioni”, afferma Massini, ed è il turbamento dei pazienti di allora che viene passato in consegna, come spunto di riflessione ed immedesimazione, al pubblico di oggi.

Marzorati

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