Recensione: “Frankenstein, il racconto del mostro”

Gocce di cera bollente, composte da grumi fonetici, distillato ad alto tasso d’anima, si riversano sulla pelle dello spettatore, nei suoi padiglioni auricolari, come un veleno sottile, implacabile al pari di quello versato nell’orecchio del padre principe di Danimarca, gocce in grado di dimostrare che la lettura interpretativa a teatro non è per nulla figlia di una Musa minore, ma riporta in sé la memoria atavica, ed insieme la potenza, del racconto aedico, di una parola che sa farsi regno, che diventa agnello espiatorio offerto in remissione dei peccati di indifferenza della platea, esplode come una supernova in sala in innumerevoli colori ed abbaglia la pupilla cardiaca dello spettatore.

La fisicità di Capitani ricorda quello di un monaco benedettino, seduto al suo scriptorium recita il suo personalissimo nome della rosa, rendendolo più vero del fiore che racconta. Sceglie la strada più difficile, più erta, quella di raccontare i momenti in prima persona del mostro, di mettersi brechtianamente dalla parte del torto, lasciando al pubblico gli altri posti a sedere. La sua discesa negli inferi dell’anima del personaggio, nelle memorie del sottosuolo di questa creatura, è fatta con decisione, senza tentennamenti, senza dorature, ed infiorettature da esercizio di stile di lettura.

Elio De Capitani, insomma, ha il merito di farsi, fonema dopo fonema, letteralmente possedere dalla creatura, come durante una cerimonia di Candomblé, la divinità funesta, rende il suo dire una vorticosa taranta. Durante lo spettacolo si avverte quella voce dell’Altro che si fa largo tra la sua, colonizza tutto lo spazio fonetico disponibile, e testimonia la generosità di un interprete che si fa cosa piccola, quasi gozzaniana, per lasciar posto alla voce genuina, spontanea dell’interpretazione. E’ interessante, ed insieme coinvolgente, scoprire, come il protagonista sia, al pari dell’etimo della parola mostro, in realtà un prodigio abortito dall’umano, ha una struggente dolcezza che stride con un corpo, enorme, sgraziato ed orrorifico, che arranca ad annaspa, scopre se stesso e la natura che lo sgobbò attraverso le mani di Frankenstein. Il suo acquisire un’anima è fatale, e si danna col fumo sulfureo di Faust per ogni parola che conquista, per ogni porzione d’anima che aggiunge all’anima. Si aggira lacerato, definitivamente tranciato dal resto dell’umanità, abbraccia impossibilmente con le parole il mondo, impara l’amore senza poterlo vivere, e sceglie in risposta un odio bagnato da un’impossibile compassione. Questa è la capacità dell’interprete, il suo valore aggiunto è quellodi esprimere il veloce cangiare degli stati d’animo che si consumano e guizzano uno dopo l’altro nel racconto, e sopra ogni altra cosa esprime a parole le intenzioni devianti, gli ossimori, l’estremo male che ha ancora le mani omicide bagnate di lacrime. Sembra davvero di ascoltare una discesa in un gorgo, in un maelstrom della coscienza di sé, la quale nel momento in cui si riconosce impietosamente scopre insieme alla propria alterità, l’irriducibilità della propria solitudine. L’attore sente, e la fa avvertire, la vampa interiore, interpretativa, il caldo brivido, per scriverla alla Pink Floyd, that space cadet glow. La lettura è aiutata delle luci che tagliano e disegnano cromaticamente di volta in volta la temperatura emotiva del romanzo.

In alcuni momenti si ha la netta impressione di ritrovare l’iconografia, i tratti e le pennellate di Rembrandt, dove la luce raccoglie intorno a sé la potenza del soggetto. I disegni di Ferdinando Bruni punteggiano le parole, e riescono a coagulare intorno a sé, con un tratto essenziale, volutamente primitivo, archetipico, ricco della magia onirica di Chagall, tutto il mondo interiore della creatura. Si racconta in questa piece la diversità, senza compromessi o sconti, e soprattutto la reazione ad essa, il confronto traumatico tra la normalità, pronta a misurare gli angoli retti della convenzione, come la squadra che veniva denominata norma o regola. Tuttavia il mostro non può essere inquadrato, e il suo fuoco brucia più di quello di Prometeo, ed incarna un memento indelebile per tutta l’umanità, esprime meravigliosamente delle zone psichiche sotterranee, dei percorsi ancestrali in cui l’essere umano si confronta con la propria immagine che è molto distante, assai diversa rispetto a quella di Narciso. Orfano di un dio, perché plasmato nella creta da mani umane, questo mostro, animato con la sola forza galvanica delle parole, compone la sua individuale ed eretica preghiera, la quale si fa ora urlo ora timido sussurro fonosimbolico, di una psiche appena nata che scopre il meraviglioso, ed insieme orrendo, stupore del proprio essere presente a se stessa. Dopo un’ora mezza lo spettatore si alza dalla poltrona ancora animato da un appetito di parole, da una voglia ineludibile di un’altra porzione, spinto da una forza di gravità, una vertigine, che lo porterebbe ad ascoltare ancora ed ancora, fino all’estremo ghiaccio il triste racconto della creatura, capace di catturare qualcosa di più che l’attenzione dello spettatore, qualcosa che dimora dietro gli occhi e che ha preso fuoco con l’acciarino del racconto dell’attore.

Danilo Caravà

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