Recensione: “Fragile!”

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FRAGILE, TRA FALLIMENTI E RICERCA DI IDENTITA’

Una Londra senza londinesi è al centro di Fragile! di Tena Stivicic, spettacolo curato dalla neonata Compagnia Caterpillar, regia di Eugenio Fea, in scena al Teatro Filodrammatici.

Una Londra di speranze e fallimenti, che ospita e respinge, fagocita e rigetta sogni e identità sospese, come quella di chi non è più parte di qualcosa ma non è ancora parte di qualcos’altro. Come quella di chi emigra, di chi si trasferisce, di chi abbandona luoghi che aveva chiamato “casa”, lasciandosi alle spalle passati turbolenti senza però riuscire ad abbracciare futuri appaganti. Sospesi nel vuoto del presente, anime pronte per l’oblìo, fantasmi dell’indefinito.

Marko (Edoardo Barbone) vorrebbe mostrare le sue doti da stand-up comedian ma si ritrova a preparare cocktail nell’equivoco locale gestito da Michi (Emanuele Arrigazzi), bulgaro trapiantato nella City con il sogno di rendere il suo club un punto di riferimento per gli immigrati dell’est Europa. Nello stesso locale lavora la bellissima Mila (Valentina Sichetti), che rifiuta di spogliarsi per i clienti di Michi ma accetta di buon grado il nudo integrale all’interno di un musical di infima categoria, inseguendo vanamente le sue aspirazioni da attrice. Mila ha una focosa relazione sfrontatamente erotica con Erik (Umberto Terruso), giornalista norvegese che seppellisce nel sesso e nella cocaina gli orrori che si è trovato a documentare, tra cui una granata infilata nella bocca della sua ex-fidanzata Tiasha (Gaia Carmagnani), ragazza dell’Est che dopo l’orrendo trauma è stata costretta a prostituirsi in mezza Europa, prima di approdare a Londra proprio alla ricerca di Erik. Ad assisterla c’è Gayle (Denise Brambillasca), arrivata per studiare Belle Arti ma costretta per necessità a compilare moduli per i richiedenti asilo.

Questa è solo una parte dell’intricatissimo intreccio drammatico pensato dalla Stivicic, talvolta ai limiti della soap opera. Intreccio in cui trova posto anche una relazione tra Gayle e Marko, una mai esplosa attrazione tra Marko e Mila, in un delicatissimo incrocio serbo-croato, e la trasformazione del club di Michi in bordello per londinesi benestanti, all’interno del quale finirà per lavorare anche Tiasha, dopo la fuga di Erik. Passaggi drammaturgici, questi ultimi tre, che ci sono parsi completamente gratuiti e pochissimo utili al dipanarsi della vicenda, all’interno del pur interessante e acclamato testo della scrittrice croata. Testo che ha il suo punto di forza nell’indagine di quella sospensione di cui si parlava. Una sospensione spietata, gonfia di dolcezza e di rancori, come è dolce la luce di un sogno intravista in lontananza e spietata la tenebra che lo dilania, sprofondando tutto e tutti nelle sabbie mobili del fallimento. Qualcuno resta, qualcuno torna, qualcuno si adatta, qualcuno fugge o addirittura muore. Tutti, inesorabilmente, falliscono.

La messinscena del giovanissimo Eugenio Fea ci è parsa “preoccupata”, talvolta un po’ pasticciona, nella restituzione di un progetto drammaturgico forse troppo ambizioso (e lungo, molto lungo) per una compagnia neonata, che mette insieme attori neo-diplomati e pezzi da novanta come Barbone, Arrigazzi e Terruso. Ad ottimi spunti, come la costruzione del personaggio di Barbone, sicuramente il più convincente, o quello di Arrigazzi, che sul palcoscenico di casa ritrova sempre i suoi motivi migliori, e un’efficace dose di inventiva nella gestione dei difficili spazi del Filodrammatici, abbiamo visto avvicendarsi passaggi evidentemente più indecisi, come il troppo facile e ripetitivo gioco dei cambi scena, un utilizzo delle luci un po’ schizofrenico, una certa confusione nel controllo (o talvolta, inspiegabilmente, nell’assenza) dei molteplici accenti di provenienza dei protagonisti e il mancato approfondimento di altri personaggi, tra tutti quello di Erik (potenzialmente la figura più sfaccettata e ambigua del testo), salvato in corner dall’interpretazione del sempre brillante Terruso.

Una scommessa interessante, quella della direzione artistica. Lasciare spazio all’interno della propria stagione ad una compagnia giovane e debuttante, invertendo il normale senso logico che pretenderebbe che lo storico e prestigiosissimo palco venisse interpretato come punto di arrivo e non come rampa di lancio, è senz’altro un esperimento lodevole e meritevole di ripetizione. Qui la scommessa non è né completamente vinta né completamente persa. E’ sospesa, come tutte queste identità così fragili mostrate nello spettacolo, in attesa di una seconda prova liberata dall’ansia da prestazione e forse con un testo più agile.

Un’ultima nota, a margine. Durante la serata di debutto, a cui abbiamo assistito, siamo stati deliziati, nell’ordine da: notifiche di messaggi provenienti dal telefono di qualche spettatore alla nostra destra, numerosi squilli dalle prime file, fotografie in libertà dallo spettatore alla nostra sinistra. Episodi come questi, ahinoi sempre più frequenti, disturbano gravemente sia la concentrazione di chi sta in scena sia la fruizione da parte del pubblico civile (da intendersi come “opposto di incivile”, perché di inciviltà e maleducazione stiamo parlando). Crediamo che sia giunto davvero il momento di ricorrere a qualche provvedimento drastico. Non sappiamo dirvi quale. Verificate uno per uno i cellulari prima dello spettacolo. Schermate i teatri. Interrompete le repliche per dieci minuti. Sospendetele senza rimborso del biglietto. Identificate i colpevoli e dategli la Daspo. Quello che vi pare. Ma trovate il modo. Fate qualcosa per chi ha voglia di assistere ad uno spettacolo teatrale e non ad un programma televisivo. Fate qualcosa per chi ha voglia di rispettare il lavoro di tutti voi.

Massimiliano Coralli

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