Recensione: “Filax Anghelos”

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Il testo di Filax Anghelos venne scritto da Renato Sarti quasi trent’anni fa e fu segnalato al 41° Premio Riccione per il Teatro nel 1991. Un testo quindi che il regista conservava da tempo prima di incontrare l’interpretazione di Massimiliano Loizzi per questa prima rappresentazione, in scena al Teatro Filodrammatici. Si tratta di un lavoro lungo: l’intera versione di Filax Anghelos verrà presentata l’anno prossimo.

Lo spettacolo si compone attraverso un lungo monologo nel quale Loizzi personifica un complesso sdoppiamento di personalità, nel contesto della storia italiana che dal Dopoguerra arriva fino a oggi. Nella prima macro scena la protagonista è Angela, nata del boom: partorita nei rifugi antiaerei sotto un bombardamento e figlia anche della generazione che avrebbe vissuto il boom economico, Anghelos è pazza e infanticida e, chiusa in manicomio, progetta la sua esplosione in una cattedrale per eliminare tutti i capi di stato. Nella successiva macro scena compare invece l’alter, Filax, ora uomo, figlio della razionalità maniacale con echi di repressa sessualità, che rivela la vera storia di Angela canzonando l’attentato dinamitardo e distruggendo la cattedrale, in realtà magazzino del manicomio. Nell’ultima parte dello spettacolo la tensione narrativa raggiunge un’acme: Anghelos e Filax sono la stessa persona, due personalità che lottano tra loro in un io scomposto e in uno stesso corpo, in parte uomo e in parte donna. Da questa scissione non c’è nessuna sintesi: la contraddittorietà della vita, l’equilibrio tra ciò che è e ciò che non è, non trovano ricongiunzione in Filax Anghelos e la non-vita trascorsa in un manicomio si dimostra essere invece la vita tutta, nella sua esplicita verità e follia.

Il testo di Sarti è esplosivo, ritmato attraverso una serie di micro testi in successione che scorrono come un fiume in piena, senza tralasciare alcun dettaglio e combinandosi a una lingua poetica, testoriana, quasi arcaica. Un testo che, anche per la sua durata, mette alla prova la recitazione di Massimilano Loizzi, che la supera con lode. La sua performance è un mix di sapori in contrasto, una salsa piccante e allo stesso tempo un retrogusto agrodolce, indubbiamente straziante e penetrante.

La scena è dinamica e confusionaria, anche se in questo disordine espositivo è possibile rintracciare il segno della familiarità più che dell’orchestrazione: l’arredamento e l’oggettistica che riempiono il palcoscenico danno la sensazione di una disposizione naturale più che funzionale alla recitazione. Le luci si presentano come un riempitivo scenico fondamentale. Talvolta sono impiegate in negativo, come se il protagonista si facesse spazio attraverso il buio e le sue parole arrivassero da un luogo indeterminato; talaltre illuminano pienamente la scena, in particolare durante il monologo di Filax, così da restituire pienamente il momento della rivelazione.

È un’opera complessa quella di Sarti, che lavora su più punti tematici all’insegna però dell’armonia narrativa. La scissione dell’io, la scomposizione psicotica tra i due generi sessuali, la vita in manicomio, il contesto della vicenda italiana dal Dopoguerra a oggi con i riferimenti agli attentati esplosivi, le bombe e i social network, ed anche la riflessione linguistica e drammaturgica che presuppongono, e molto altro, rendono Filax Anghelos un dramma composito e affascinante, sicuramente sui generis.

Chiara Musati

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