Recensione: “Fil rouge”

fil rouge

“Fil rouge” visto al Teatro Sant’Andrea di Milano

Cinque lampade in scena segnano il confine tra cinque appartamenti della stessa palazzina. Una giornata nelle vite di Lea, Agata, Milena, Silvia e Cecilia. La voce registrata di una donna che viene da un passato recente, recentissimo: la portinaia appena morta, madre di Cecilia. È il giorno del funerale quando gli spettatori varcano il portone d’ingresso e si introducono a conoscere le cinque donne in quella che sembra una giornata come un’altra, un lutto quotidiano.

Ma il sottotitolo dello spettacolo ci avvisa, Non è così che me lo immaginavo. E infatti l’atmosfera cupa dura ben poco, è solo un pretesto per farle incontrare, complice la morte che ha appena sfiorato le loro vite. Come per tutti i grandi eventi della vita, quelli che segnano una svolta sulla linea piatta del dato per scontato, anche questo è solo la prima tessera di un domino che farà crollare uno alla volta certezze e pregiudizi.

Le cinque donne, di età ed estrazioni diverse, non si conoscono a fondo e decidono di approfittare dell’evento per prendere una tazza di tè insieme, all’ultimo piano. L’architettura delle lampade si smonta, nell’ideazione scenica di Stefano Zullo, la separazione degli appartamenti viene annullata in favore della costruzione di un ambiente comune, in cui rimangono bloccate. Alle diciotto in punto l’ascensore si ferma. Luogo che sarà testimone delle loro paure e verità mai confessate, incomprensioni e rabbie represse, segreti che affiorano. Con la giusta dose di humor e una recitazione limpida, le attrici ci trascinano in delle storie della porta accanto, facendoci sorridere dei loro più o meno grandi drammi quotidiani. Un luogo chiuso che le costringe a fare appello alla loro risolutezza, per non aggravare una situazione già di per sé claustrofobica, e che diventerà luogo fertile per la nascita di una solidarietà femminile salvifica.

I personaggi sono ben costruiti intorno a un riconoscibile stereotipo, che però riesce a evitare il rischio dell’indigestione da luogo comune nell’intelligente orchestrazione delle voci di Caterina Bernardi, Angelica Bifano, Federica Di Cesare, Clara Mori e Miriam Russo, nella regia di Luca Oldani. Il ping pong dei dialoghi è ben equilibrato tra lirismi e isterismi tutti femminili, e la drammaturgia, di matrice collettiva delle stesse attrici, diluisce con cura gli svelamenti lungo la durata dello spettacolo. Ci tiene col fiato sospeso fino alla fine. Perché fin dall’inizio intuiamo l’esistenza di un segreto più segreto degli altri.

Agata lo sapeva che l’ascensore si sarebbe fermato alle diciotto, sapeva che la demolizione della palazzina era prevista proprio per quel giorno. La rabbia e le recriminazioni in un attimo esplodono, e in un attimo si spengono. I drammi personali si mettono a tacere di fronte all’imminente catastrofe comune. Una sola donna che si alza in piedi forse no, ma cinque donne sedute che rifiutano di alzarsi sono sufficienti per opporsi.

Alessandra Pace

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