Recensione: “Ferdinando”

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Ferdinando, in scena al Franco Parenti di Milano, è un’immersione nella napoletanità più pura di Annibale Ruccello.

Il testo, scritto nel 1985, rivive oggi grazie alla regia di Nadia Baldi e riesce ancora a parlare con tutta la sua potenza originale.
Sulla scena aleggia un’atmosfera irreale – creata dalla scenografia e dalla modulazione delle luci – che suggerisce un’ambientazione di fine ‘800.

Dentro un grande letto, Donna Clotilde, interpretata da Gea Martire, domina la scena. Lei, baronessa borbonica, parla solo dialetto napoletano e reputa l’italiano una lingua barbara, senza Dio e senza sapore. Da quando le ultime fortezze borboniche si sono arrese a Gaeta lei, fedele alla dinastia, ha deciso di ritirarsi lontano dalla città in una villa dalla quale non esce mai. Le uniche persone a lei vicine sono donna Gesualda, interpretata da Chiara Baffi, una sua cugina povera e zitella che le fa da badante e don Catellino, Fulvio Cauteruccio, che porta conforto spirituale a lei e, di altro tipo, a donna Gesualda.
Proprio da quel letto che sembra diventare un ring dal quale si erge maestosa, donna Clotilde continua la sua personale battaglia, incurante del tempo.

Il testo corre veloce grazie alla musicalità della lingua napoletana che sembra scorrere in moto perpetuo dalla bocca di Donna Clotilde che sembra costantemente sul punto di morte fino a che l’arrivo di Ferdinando, un suo giovane nipote di cui ignorava l’esistenza, interpretato da Francesco Roccasecca, sconvolge la tranquillità della sua vita.

Giovane, bello, malinconico e contemporaneamente diabolico, Ferdinando saprà tessere una subdola trama dentro la quale imprigionerà sia le due donne sia don Catellino, architettando una truffa dai risvolti drammatici.

Gli attori si lasciano guidare da Nadia Baldi che costruisce un vortice registico dapprima lento e poi sempre più violento man mano che il testo diventa torbido e incestuoso. I movimenti circolari e a spirale sottolineano la drammaturgia che avvolge e soffoca i protagonisti.
Vengono svelati i sentimenti, le manie, le bramosie sessuali, le debolezze dei tre personaggi messi a nudo di fronte al piano diabolico di Ferdinando. I microcosmi apparentemente statici dei personaggi vengono a poco a poco scalfiti, degradati e non vi è per loro alcuna via d’uscita, rimanendo inesorabilmente imprigionati nella tela di Ferdinando.

Il testo di Ruccello in questa messa in scena viene riportato in vita fedelmente e, oggi come allora, fa soffermare lo spettatore sui cambiamenti sia da un punto di vista storico sia da un punto di vista antropologico: il rifiuto e la paura nei confronti dello straniero, l’incapacità di evoluzione e la scarsa fiducia nei confronti della nuova reggenza permette a questo testo e a questa messa in scena una riflessione decisamente attuale.
E in fondo, l’unico ad uscire dalla vicenda apparentemente vincitore è Ferdinando, il giovane che rappresenta la nuova epoca, vile, spaventosa e bugiarda ma, dice donna Clotilde a mo’ di profezia, lui appartiene ad una generazione che non ha ricordi e, chi non ha ricordi, non può avere né passato né futuro.

Valentina Dall’Ara

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