Recensione: “Fare un’anima”

fare un'anima
foto serena serrani

Fare un’anima. Un compito che nessuno pensa di dover mai affrontare. In fondo, come si fa a fare un’anima? Ci sono dei corsi che te lo insegnano? Sono queste alcune delle domande che Giacomo Poretti, senza Aldo e Giovanni, si è posto sul palco del Teatro Leonardo.

Come si sente un neo-genitore davanti al figlio appena nato? Di certo non si è preparati, ma a livello materiale ci si sente abbastanza coperti: lettino, pannolini, biberon, ciucci… Però poi arriva qualcuno, in questo caso un prete, che ti fa notare che non ci sono solo queste cose a cui pensare, ma anche a qualcosa di più: l’anima. L’anima è forse un’essenza dentro di noi. Filosofi, scienziati, teologi, scrittori, poeti e registi ne hanno parlato e ne hanno dato vari significati: morale, educazione, pensiero e chi più ne ha più ne metta. Non è facile da spiegare, per cui come la si può fare? Cosa rende noi, noi? Senza scadere in facili moralismi, metafore e giri di parole, Giacomo affronta tutta una vita, la sua, cercando di prepararsi per quella nuova di suo figlio.

Fare un’anima è un monologo intenso e divertente. Stupisce come Poretti, partendo dal momento in cui diventa padre, riesce a sviscerare davanti al suo affezionatissimo pubblico, racconti tutta la sua vita in pillole di realtà, fino a comporre una collana retta da un filo di comicità. Ben più spesso di un filo effettivamente. Quella di Giacomino (questo il vero nome all’anagrafe per chi ancora non lo sapesse), è una comicità educata, che si lascia andare a momenti di nostalgia, divulgando questo stesso sentimento tra gli spettatori estasiati che con la mente volano indietro agli sketch storici del trio.

Certo, il pensiero può volare indietro, ma è subito pronto a tornare sulla retta via: il presente. Infatti, pur privo dei suoi compari (Giovanni ha da poco scritto un libro e Aldo ha finito di girare un film), Giacomo ha dimostrato che è un attore solista di gran classe. Ogni parola declamata con chiarezza, tempi immancabilmente perfetti e una narrazione dritta, costruita con simmetria e ordine, fondamentali in una drammaturgia. Ogni frase è recitata con cura, utilizzando un registro alto ed educato. C’è cultura in quello che viene detto. Di conseguenza c’è cultura in ciò che viene ascoltato e ci si domanda se tutto sommato non sia per questo che si va a teatro.

Chi ancora non aveva avuto modo di vedere Giacomo dal vivo al cinema, si è trovato davanti un esempio genuino di teatro. Un po’ si può anche invidiare chi non è mai entrato in contatto con qualcosa che si pensa contenga qualcosa di speciale. Fare un’anima sicuramente è uno di questi casi. Com’è bello sentirsi soddisfatti dopo uno spettacolo? O dopo un’esperienza positiva in generale?

Chi, invece, Giacomo Poretti già lo amava per il suo contributo al folklore e alla cultura italiana, di certo non potrà esimersi dall’amarlo anche in questo spettacolo. Ritrovarsi tra il pubblico è un privilegio quanto quello di salire sul palco al suo fianco. Si respira un’aria di amicizia e il primo istinto è quello di guardare negli occhi chi vi siede accanto, anche se non lo si conosce. Magari toccargli il braccio e sussurrare “hai sentito?”, ridere complici e, se nella risata si ritrova qualcosa del repertorio storico dell’artista, ecco che la complicità aumenta. Non è impensabile che possano sbocciare degli amori, mentre insieme ci si ricorda di una certa gamba che non aveva manco le unghie…

Marta Zannoner

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