Recensione: “Fantine”

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Nella riscrittura di Michele Mariniello in scena al Teatro Libero, Fantine, uno dei personaggi dei Miserabili di Hugo, si trova in punto di morte in quell’istante in cui, si dice, tutti i momenti della propria vita scorrano velocemente davanti agli occhi. Il monologo di Fantine, recitato da una appassionante Sara Drago, procede a ritroso nella vita del personaggio, dalla nascita alla morte. La Fantine di Hugo viene letteralmente trapiantata nei nostri giorni: lo spazio è quello di una tipica periferia di una grande città e i suoi genitori sono vivi ma assenti. Fantine è una ragazza di periferia cresciuta senza punti di riferimento, che da sé cerca di costruirsi una vita migliore. Fino a quando conoscerà l’amore, Tholomyes, e penserà di poter dare alla bambina che porta in grembo quello che lei non ha avuto.

Lo spettacolo di Mariniello fa gioco su una serie di soluzioni drammaturgiche diverse, messe in scena dall’impeccabile recitazione della Drago, che con vari registri linguistici, frizzanti performance, pezzi rap, dà prova di sé e tocca picchi emozionali coinvolgenti. La scena è azzeccata nel fotografare sia lo spazio della vita vissuta da Fantine sia il momento della morte, in un misto di onirismo e allusione. Una grande tela bianca chiude sul fondo il palcoscenico. Su di essa sono appese delle scatole cilindriche in metallo, simbolo della periferia dove ha vissuto Fantine, e sono proiettati dei video che ora spezzano ora integrano l’azione scenica dell’attrice. Anche i testi narrativi delle video proiezioni ben si inseriscono nel quadro di sperimentalismo drammaturgico, toccando punte di letterarietà nel racconto dei sentimenti della vita di Fantine.

Non si può non ammettere che il testo della Fantine di Mariniello non faccia uso di molte figure stereotipiche per reinterpretare il personaggio di Hugo. Gli stereotipi, forse voluti per semplificare l’assorbimento da parte dello spettatore del personaggio, tolgono alla narrazione carica innovativa. Certo è che il gioco vale la candela perché permette di essere partecipi di una verità spesso trascurata. Ovvero che la vita non fa che ridursi a una questione di scelte, e che tra di esse la più vera e forse l’unica per cui si dice “ne è valsa la pena” è sicuramente l’amore.

Chiara Musati

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