Recensione: “Erodiàs”

erodiàs
foto Daverio

Erodiàs, nella versione scritta da Giovanni Testori, secondo monologo che compone i Tre Lai, chiede la testa di Giovanni Battista nient’altro che per folle amore. È Federica Fracassi a interpretare la principessa dei Vangeli di Marco, guidata dalla regia di Renzo Martinelli.

Sul palcoscenico del Teatro i, lo spettacolo si avvia con un attacco irruente: un manichino senza testa, corpo di Salomè, tiene in grembo la testa del Battista. Al grido di Jokanaan, l’Erodiade testortiana spodestata e dilaniata dall’amore, disorientata sul confine dei suoi interrogativi, dà sfogo con dirompenza alla sua storia. Interlocutore privilegiato il fallo del Giovanni Battista chiuso in una teca.

erodias
@fedrigoli

Non si tratta però di un monologo d’amore: il desiderio carnale, la passione sfrenata, l’amarezza di fronte al rapporto tra la figlia Salomè e il secondo marito Erode, lo strazio di un interrogativo che prende le forme di un Dio che non si conosce e poco si comprende. La testa tranciata del Battista continua a parlare a Erodiàs provocando la sua passione, confermando la sua condanna, ponendole delle domande che disegnano attorno a lei il vuoto della solitudine. La scena è pensata infatti per ricostruire questa sensazione: una lunga parete in plexiglas, un quadro trasparente, separa lo spettatore da Erodiàs. Da dietro uno schermo, essa racconta la sua storia, ma non c’è via di fuga da questa stanza dell’io, né i suoi perché possono essere compartecipati. Essa vive e dà mostra di sé da una zona d’ombra, che viene ricreata anche grazie alle sfumature delle luci in scena.

La storia di Erodiàs prende forma nel linguaggio testoriano, spurio e amalgamato tra il dialetto lombardo e il latino, tra lingua grezza e popolare e lingua delle sacre scritture; lingua che gioca con le parole e la loro musicalità. Federica Fracassi non sfugge all’eredità di questo linguaggio e lo modella con cruenta verve recitativa. La sua interpretazione di Erodiàs si impone con deflagrante energia, restituendo il peso di un personaggio più volte riscritto nel corso della tradizione. Giovanni Testori la rilegge facendo mostra del suo lato più umano, più provocatorio, che spina mettendo in discussione il conosciuto e libera quell’istinto che di norma si tiene segreto. Erodiàs è certo uno spettacolo non semplice, ma che vale la pena di essere visto e rivisto ad ogni occasione.

Chiara Musati

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