Recensione: “Emily – Il giardino nella mente”

emily

Può capitare che l’anima appaia in un bistrot milanese, come se di fronte a Vladimiro ed Estragone comparisse Godot, scompaginando i piani drammaturgici dell’autore, può succedere che una voce porti in dote allo spettatore nel proprio flatus, nel proprio soffio, la vivida memoria, il vagito di una luce interiore che, impastata nella creta del suono, diventi poesia. L’attrice Isadora Angelini, ha il merito di fare della poesia di Emily Dickinson un roseto fonetico, e di toccare delicatamente con questi petali l’udito della platea. Come un’archeologa del suono, cerca, impetalendo le labbra, il fiore originario di queste liriche, la fonogonia del verso, il momento in cui la parola poetica è raccolta dal mondo iperuranico, ed è ancora tutta ricoperta dalla placenta dell’anima.

Ci si dimentica del corpo dell’interprete, il quale diventa quasi immediatamente un tutt’uno con la voce, una lingua che con grazia disegna le coreografie sillabiche. Mentre le mani illuciolite si accendono di una luce che ha il sapore del fuoco divinatorio nascosto nel palmo delle mani di Cassandra.

E’ una profetessa a parlare alla platea, risponde alla muta domanda dello spettatore con la poesia di Emily, come se fosse una Pizia, posseduta da un dio, oracola sugli eterni quesiti in perfetto equilibrio funambolico su un filo di voce. Dietro una rete emiciclica, che segna il confine, il finis terrae della stanza in cui la poetessa decise di esiliarsi dal mondo di fuori, per esplorare il suo correlativo, il mondo di dentro, l’attrice si muove stupita come una bambina davanti alla magia delle cose. Riesce a riportare l’ascoltatore nel mondo di Talete dove tutto è pieno di dei, e il primo oggetto ad esserlo è la parola. E’ piacevole osservare con l’udito con quanta grazia e maestria l’interprete pronunci le parole, come se la sua lingua, al pari delle dita di una lavoratrice della seta, dovesse toccare e dipanare il prezioso filo che ricopre il baco. Ed hanno certamente consistenza serica i suoi fonemi che vivono di una loro personalissima luce, sono personaggi in grado di di riempire la scena ed il teatro mentale di ogni ascoltatore. Con umile dedizione canta la musa che addusse infinite parole alla poetessa, narra di un essere dotato di un’anima più grande dello spazio chiamato a contenerla, e cerca dunque di sublimarla in parole, in fondo dice idealmente la storia stessa dell’attrice, dell’attore. Ha qualcosa dell’arte orafa la capacità di fare della laringe una lima in grado di piegare la forma all’armonia di un suono cristallino, puro, incontaminato, che arriva in platea bagnato ancora della rugiada dell’enfance .

Voci registrate di una bimba rievocano il fanciullino pascoliano, le songs of innocence di blakiana memoria. E proprio con la serietà con cui il bambino si dedica al gioco nietzschiano, così fa l’attrice che alterna ad una ieratica verticalità, che potrebbe ricordare quella della sacerdotessa che accoglie i fedeli sulle soglie del tempio, ad altri in cui siede in una posizione ordinata, composta, in atteggiamento zen, per offrire quei momenti di improvvisa illuminazione poetica, quel satori che ha il rumore secco del fondo di un secchio che si rompe. E’ ben riuscito il lavoro di sartoria drammaturgica che ha permesso la creazione di un vestito impreziosito, oltre che dalle poesie della Dickinson, dalle sue lettere, da quella prosa che è ancora lirica, e racconta dettagliatamente, minuziosamente, i moti dell’anima dell’autrice, che s’agitano appena sotto la superficie dell’acqua, ma il loro è un agitarsi in punta di piedi, un suono di piano con la sordina, un tocco chopiniano che appena sfiora i tasti, e che costringe chi lo ascolta ad avvicinarsi con lo spirito, per coglierlo in tutta la sua pienezza. I fari tagliano delicatamente la membrana oscura della scena perché appaino ferite di luce in grado di sanguinare anima, un preziosissimo icore che è la quiddità stessa della poesia di Emily. Ha impressionato il silenzio della platea, non sporcato da scricchiolii di sedia, strusciare di vestiti, scalpicciare di suole, un perfetto tacet sullo spartito poetico della serata, la reazione ha un qualcosa di sacro in grado di accadere sulla scena, l’attenzione ad una musica, amplificata dal microfono, dello sciabordio liquido dei suoni che traguardano sulla costa delle labbra.

Isadora Angelini si iscriccioliosce come l’ultimo pulcino bagnato di una nidiata, ritrova nel suo sguardo sonoro l’ingenuità ed il giglio dietro al quale il fanciullo scorge il mondo. Riesce a compiere un viaggio a ritroso nella coscienza, lo stesso compiuto dalla poetessa, le cui liriche ne portano traccia, verso una genesi, fino a quel momento, evocato nella piece, in cui la parola viene meno, tuttavia, in quel venir meno porta già la traccia, il profumo di un assoluto agognato, respirato, baciato con abbandono e rapimento, il quale rappresenta l’ipoteca di universalità della poesia. Questo è il merito dell’attrice, quello di diventare qualcosa di più e di meglio di una semplice interprete di versi, di riportare in vita l’atto stesso poetico, il senso primo ed ultimo del poetare, il racconto della luce autentica fatto dall’interprete, fuggita dalla caverna di Platone ed in essa ritornata per raccontare alla platea ciò che sta dietro le ombre.

Danilo Caravà

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