Recensione: “Duu mort in pe”

duu mort in pe

Uno spettacolo di Astorri e Tintinelli non è semplicemente uno spettacolo, è un trancio di vita arrostito dai sogni e dalle speranze, scotta sulle mani come una verità esistenziale, sartriana. Nel loro teatro l’esistenza precede l’essenza, la presenza dei corpi degli interpreti, il loro sensorio in fiamme, gli urli, i (s)fatti che accadono , che si disfano sul palcoscenico, scorrono con l’inevitabilità del panta rei. In un paesaggio lombardo graticolato nella simbologia di un’isola di praticabili, di pallet, da cui filtra il fumo e la luce, e su cui grigliare a puntino le parole, in un paesaggio apocalittico dove idealmente Beckett sfoglia divertito il dizionario milanese di Cletto Arrighi, due personaggi, Thelma e Louise, mettono in scena la loro clownerie di resistenza umana, moltiplicano l’urlo munchiano nel quadro di un quinto stato il cui arrivo non risulta pervenuto.

Hanno il merito di esseri allievi fuoricorso di una classe (s)morta dove si insegna il possibile e l’impossibile il “can” ed il “can’t”, e, lasciandosi scivolare come una Alice carrolliana sull’apostrofo, il Kant ed il Kantor, dove improvvisare gli ultimi numeri di varietà, prima che venga il finale di partita. La speranza sembra essere soltanto quella di un viaggio interstellare per colonizzare un nuovo pianeta, ma pare che il conflitto di classe non risparmi neanche l’astronave capitalista, che si prende beffe di due creature che danzano ancora, ostinatamente, la loro pantomima di guerra intorno al totem marxiano. Non resta che accendere un teatrale cero(netti) a qualche santo a sud di se stesso. Sono due Pierrot Lunaire, due Orlandi furiosi che hanno perso volontariamente il loro senno sulla Luna, e non hanno alcuna intenzione di trovarlo. I loro fonemi sono grotteschi e strazianti quanto il verso dell’aragosta gettata nell’acqua bollente, sono immediati ed indeterminati, verità di per sé evidenti come quelle della dichiarazione di indipendenza americana, sono il sapore dell’esistenza, amaro e dolcetto, meglio se d’Alba.

Sono due fools shakespeariani, in cerca di una tragedia da contaminare, e se non la trovano se la inventano, o meglio mettono in scena la propria. Vivisezionati nell’anima da tagli di luce sottili, fantascientifici, intossicati da una nebbia tagliata male dallo smog, cercano, in un zibaldone di milanesità, i canovacci ed i lazzi per costruire una loro personalissima tragicommedia dell’arte, che diventa la loro cifra distintiva, il parto di un mondo teatrale che avviene rigorosamente davanti agli occhi della platea, mostrandone senza sconti il travaglio e gli umori naturali. Sono una musica di una chitarra leggermente scordata, e pizzicata da un suonatore alticcio, il quale lascia deliberatamente che le melodie deraglino,che sfuggano alle loro orbite, in barba all’astronave dei “sciuri”. Astorri, che sempre più è sovrapponibile al dagherrotipo di Balzac, ha nella gola tutta la comedie humaine, e rovescia sugli spettatori fonemi bollenti, ad alto tasso di dionisicità. Fa della sua voce un regno, un girone infernale in cui le stelle da riuscire a rivedere sono una nostalgia che affratella palcoscenico e platea. Acconciato come uno spaventapasseri, cerca di mercanteggiare col destino, e di puntare qualche pugno testoriano verso il cielo, mentre una fila di sterpi secche, sono quanto rimane della nemica foresta di Birnam, non si sa se du hura o de hota.
La Tintinelli si stacca da un quadto di Schiele per mostrare una corporeità che si fa essenziale, ideale, nella pittorica carestia della carne prendono vita due occhi grandi, che giganteggiano eternamente stupiti, come quelli dei dipinti di Margaret Keane. La sua vocalità, arricchita da una gettata di catrame fumante, ancora caldo, è una serie di implacabile di pugni, di uno-due verso la platea ed insieme verso il “destin baloss”, è il cri, insieme de guerre e joie, che sussulta, risuona come la pelle di un tamburo. A vederli in scena sembrano l’essenza stessa del comico (ed insieme tragico), il clown bianco e l’augusto, l’incontro riuscito di due fisicità opposte che si raccontano vicendevolmente i dolori ed i mali, con un naso clownesco, perché si può, e si deve far ridere anche quando mancano pochi istanti alla disfatta totale, lo sfottò deve essere l’ultima arma, la più efficace da sventolare in faccia a lor signori, ed alle divinità epicuree in panciolle sulla sdraio di qualche assolato intermundia. C’è qualcosa di espressionista nella loro arte scenica, in due riescono ad esprimere la variegata e cromaticamente carica pletora dei personaggi del quadro di Ensor “L’entrata di Cristo a Bruxelles”.

Il loro Brecht incontra le periferie di Testori, si abbandona alla musica di una famosa osteria, dove tra il canto, ed il grido, l’imprecazione esistenziale c’è giusto lo spazio di un mezzo litro. Il loro gesto epico, è il gesto di un sociale dis-agiato che si siede pervicacemente dalla parte di un presunto torto contorto. Ed eccola lì, come un assioma di geometria, da cui derivare una serqua di teoremi, l’aforisma brechtiano che li muove, “prima viene la pancia poi la morale”, ma la pancia ha un etica che l’etica non conosce, sta lì, a pochi passi dal cuore. e fatalmente il suo spettacolo d’arte varia di un innamorato degli spettatori, cagiona un diluvio di applausi, meritatissimi.

Danilo Caravà

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