Recensione: “Dove crescono le ortiche”

ortiche

L’amara ala della vecchiaia

C’è un modo diverso di guardare la storia, la si può osservare di sbieco, di sguincio, per coglierne meglio i difetti, le magagne, ed è quello che ha fatto il regista di questo lavoro teatrale Alessandro Castellucci, mettendo in scena il bel testo di Tobia Rossi. Si descrive minuziosamente la periferia dell’impero Kennedy, là dove “crescono le ortiche”, ovvero l’interno di una famiglia deragliata, abbarbicata in una scenografia essenziale e felicemente “sgarruppata”, composto dalla zia di Jacqueline, Big Edie e dalla figlia di quest’ultima, Little Edie Bouvier Beale. E’ stato deciso un tempo supplementare al finale di partita di beckettiana memoria per questi due personaggi, abbandonati ad un degrado che investe la casa dove abitano ed insieme il loro paesaggio interiore. La madre troneggia stancamente sulla poltrona, pigro black hole al quale non sfugge nemmeno la timida luce di speranza della figlia, ha la parvenza di un Hamm cromosomato xx, mentre la figlia incarna la versione femminile di Clov, e si concede cantucci lirici, nei quali maneggiare le creature del suo personalissimo zoo di vetro fatte di sogni in cinemascope passati e ripassati nella sala cinematografica della sua memoria.

Monica Faggiani, nella parte materna, riesce nell’impresa di mostrare una senilità che riesce ancora ancora ad aggrapparsi ai toni alti della gioventù, ad una vocalità di testa, dolorosamente musicale, è il perfetto contraltare femminile del vieux roi del teatro francese, parte ambita, nella quale esprimere una recitazione enfia di valore aggiunto ad ogni singolo fonema. Paola Giacometti, nel ruolo della figlia, insegue meravigliosamente ad ogni battuta la dolce ala della giovinezza, ed impregna di rorido rimpianto, nonché di spleen, tutta la sua vocalità, sperando, forse, che un DeMille la immortali in un allucinato primo piano, mentre sbanda con la macchina dei ricordi e delle fantasie sul Sunset Boulevard.

La minaccia dell’istituto d’igiene dello sfratto coatto dalla proprietà, ha tutto il sapore di un simbolo pinteriano, di un luogo psichico non più abitabile, che presenta pericolosi segni di cedimento. D’altra parte se la coscienza, come ci ricorda Hegel, è l’assoluta inquietudine dialettica, non può che muover guerra per statuto a quella che più ha a portata di mano. I discorsi di madre e figlia si sfiorano, a tratti si intrecciano, ma spesso si separano come monologhi estranei l’uno all’altro, per poi accartocciarsi nel disordine di una stanza che non si ribella più all’impari lotta coll’entropia, con il tempo distruttore. La venuta di Jacqueline non risolve questo eterno scontro famigliare, anzi il personaggio, incarnato con efficacia da Justine Mattera, che porta in dote a questa Gertrude, orfana di un Amleto che ne sferzi il breve lutto, una sorta di rigido sbigottimento, di alterità irrisolta, solo questo può montalianamente dire, ciò che non è, ciò che non vuole.La dea ex machina non riesce insomma a dipanare, a districare i fili di questa vicenda ispirata alla realtà, a questa polvere di sentimenti famigliari inespressi, equivocati, soffocati, che si è accumulata sotto il tappeto della storia ufficiale. La madre, nel finale, non può che addormentare la coscienza della figlia, ed insieme la sua, in una ninna nanna in cui la mente possa svanire dolcemente e senza inquietudini, forse nel sonno della ragione i mostri della quotidianità possono diventare dolci prodigi.

Danilo Caravà

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