Recensione: “Dio ride”

REPORTER FAVRETTO

La voglia di dio può stare tutta lì, nella gioiosa e vivace voce nasale di un clarinetto, in quella ventrale di un violino, e soprattutto nella voce di Moni Ovadia, strumento versatile, dalla sonorità sofferta, grattata idealmente dall’urlo di mille Kaddish, pare quasi che voglia lanciarsi in alto, per popolare il cielo di una presenza divina, che si faccia abbraccio per contenere l’intera platea. Lo fa a modo suo il teatro, questo attore, lo racconta, e dove la voce non basta, arriva il canto, tutto per narrare al pubblico l’ebraicità in un modo originalissimo, attraverso il paradosso e soprattutto attraverso il sorriso.

Al Piccolo Teatro Grassi va in scena “Dio ride – Nish koshe”. Parafrasando Bunuel, questo agnostico per grazia di Dio, riesce a portare lo spettatore oltre le colonne d’Ercole dell’ovvio, della banalità della teologia da salotto televisivo, e con la forza di convinzione dell’Ulisse di Dante, ricorda che fatti non fummo per viver come bruti , ma per seguir virtute e canoscenza. L’ebraismo diventa, nella sua sensibilità, una categoria dello spirito, un anelito di libertà, una scintilla che accende i cappelli con cui i musicisti si presentano in scena dalla platea. La sua orchestra entra sempre in punta di piedi nelle storie, incarna un riuscito cantuccio lirico, una cassa di risonanza di ciò che per essere spiegato deve abbandonare le parole ed abbracciare il canto.

La scena sembra una zattera su cui i musicisti ed il protagonista naufragano dolcemente per raccontare sempre quell’eterna erranza dell’ebreo, quella ricerca che non si arresta. Le storie divertenti ebraiche, sono la prova che Talia, ovvero la Musa del comico non è figlia di un’ispirazione minore, ma può far ridere, con buona pace del cieco Jorge del Nome della rosa, dio stesso.

Il segreto della recitazione di Ovadia è proprio in quello sguardo di sbieco, in quella prospettiva volutamente sghemba, a volte buffa, paradossale, che un attore ebreo sa dare al suo racconto. Osservarlo ed ascoltarlo nel momento del canto e della danza ha il sapore della condivisione di un suo momento di intimità, diventa la migliore cartina di tornasole per comprendere il fuoco interiore che lo anima. La musica klezmer ha un deciso sapore agrodolce che meglio di altri linguaggi sa esprimere i gusti contrastanti della cucina esistenziale del popolo semita. Il suo narrare sembra un’efficace trasposizione yiddish del monologo di Shylock, e sembra dire: “Non sa forse raccontare un ebreo, non sa forse cantare un ebreo?” La sua voce sa farsi stentorea e tonitruante per ricordare che il suo è anche e soprattutto un teatro civile, che parla di pace e conciliazione, e non teme di indossare la kefiah.

Nella semplicità scenica, basta una sedia, ed un uomo per avere una aedo, un Omero giudaico che ci canti le gesta del popolo eletto, e faccia sentire i gentili in poltrona un po’ ebrei nello spirito e nell’ispirazione. Non un’esitazione, una pausa, tra i vari blocchi dello spettacolo, quello che si offre allo spettatore è un continuum di racconto e musica, un inseguirsi gioioso tra note e sillabe, un funambolico susseguirsi di suoni, ben rappresentato dagli assoli del clarinetto e del violino, che fila dritto come un tgv fino alla fine della serata. Viene da pensare, uscendo dalla sala, che l’aforisma di Foer corrisponda al vero, e che l’ebreo ha sei sensi, il sesto è rappresentato dalla memoria, senso che l’interprete offre con generosità agli spettatori che lo ripagano con un cospicuo capitale di applausi.

Danilo Caravà

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