Recensione: “Dedalo e Icaro”

dedalo e icaro
foto Laila Pozzo

Eco di fondo incontra la drammaturgia di Tindaro Granata in questa nuova coproduzione della giovane compagnia diretta da Giacomo Ferraù e del teatro Elfo Puccini. In questa nuova tappa del loro cammino di rivisitazione della favola e del mito, Dedalo e Icaro prendono la forma di un padre e un figlio legati dal bisogno del primo di insegnare al secondo a vivere il più possibile secondo normalità.
Il loro labirinto personale, dal quale cercano costantemente di uscire solo attraverso l’esercizio di un amore incondizionato, è infatti uno dei disturbi cognitivi più discussi e trasversali degli ultimi anni: l’autismo. Il loro minotauro è la paura delle persone che il Padre di Giacomo (il ragazzino protagonista della storia) incontra al di fuori di quello stanzone di cure mediche e lezioni pratiche cui il ragazzo è invece quasi costretto dalla madre, la quale ha visioni diverse sui metodi di inserimento del figlio nella società. Sulla ricerca di una “normalità”.

Il labirinto isola dal resto del mondo. I due restano bloccati lì, senza via di fuga, in una prigionia forzata causata dalla diffidenza di colleghi, di amici che si allontanano, di psicoterapeuti che sembrano non realmente capaci di comprendere il dramma sociale di una famiglia che lentamente si va sgretolando anche al suo interno. Ostacoli, questi, che costringono a tornare sui propri passi per trovare nuove vie di fuga. Il labirinto è, quindi, sia esteriore che interiore. È anche ciò che la storia crea per dare un’immagine chiara del funzionamento della mente autistica. L’unica possibilità per uscirne è volare via, volare verso il sole o verso la luna, verso lo spazio da cui proviene Giacomo nella favola che i genitori gli raccontano per proteggerlo dalle sue crisi.

Ed è proprio in una scenografia lunare, sogno ricorrente del protagonista, che Ferraù mette in scena questo testo lasciando che siano i movimenti scenici degli attori (lo stesso Giacomo Ferraù, assieme a Vincenzo Giordano, Libero Stelluti e Giulia Viana) a muovere la scena e le situazioni.
Rimane intatta la poetica della compagnia, nel ricreare sulla scena immagini dedite al sogno e che restituiscano allo spettatore una percezione forte di come il tempo e lo spazio scorrano diversamente nella mente di una persona che sembra rimanere bambina per sempre. Immagini ricche di citazioni che vengono dai classici Disney e da tante altre legate alla nostra di infanzia. In questo senso, ad esempio, anche il solo convincere Giacomo ad avvicinarsi alle forbici di una parrucchiera diventa la danza degli uccellini che vestono cenerentola per convincerla a non avere paura nel recarsi al ballo del principe.

Ci sono i componenti per creare una macchina che funzioni. I dubbi sul fatto che ciò avvenga senza alcun singhiozzo, vengono forse da una drammaturgia che nel dare forma a questa idea di smarrimento crea alcuni personaggi in eccesso oppure, talvolta, trascurati nel dare loro corpo e voce. Personaggi che nulla aggiungono al già forte messaggio che si vuole inviare, e che rendono tutto l’apparato a tratti leggermente ripetitivo e mosso da uno schema che porta ai cambi scena quasi sempre attraverso esplosioni di rabbia o frustrazione dei protagonisti.
Cosa accadrebbe, al ritmo generale dello spettacolo, se il temperamento emotivo di un testo non sempre convincente venisse affrontato con scelte più forti e contrastanti, non sta a noi dirlo. Ma resta il fatto che si sente, in alcuni istanti, il bisogno di un cambio forte, di una sorta di distacco emotivo e di un minore sentimentalismo che consentano maggiore lucidità e facciano porre più domande allo spettatore che lascia la sala al termine.
Molto delicato e convincente è invece il legame d’amore e perseveranza reso da Dedalo e Icaro (rispettivamente Giordano e Ferraù), reso potente anche dalle perfomance individuali dei due che risultano, anche per fisicità, in perfetta sintonia con i loro ruoli.
Certamente uno spettacolo di sensibilizzazione adatto anche ad un pubblico con un età media molto più bassa di quella che di solito riempie la sale teatrali, al netto degli addetti ai lavori.

In scena fino al 3 Febbraio. Sala Fassbinder.

Dario Del Vecchio

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