Recensione: “Dante, Inferno”

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Un filo rosso e le parole “Nel mezzo del cammin di nostra vita” indicano al pubblico la strada per raggiungere la Sala Cavallerizza dove è in scena “Dante, Inferno”. E nel mezzo del cammin della sua vita è anche Corrado d’Elia, autore e interprete di questo nuovo progetto.

La Divina Commedia è l’opera più trattata della storia, Corrado d’Elia lo dice subito in apertura, eppure il desiderio (bellissima parola) di parlarne è sempre troppo forte. Un leggio, un microfono e la suggestiva cornice della Cavallerizza (perfetta custodia di questo spettacolo) sono le uniche cose di cui ha bisogno l’attore, il resto lo fanno la voce, la musica e le luci.

Le terzine dell’inferno dantesco si alternano agli approfondimenti di d’Elia in parte didascalici e in parte poetici. Le spiegazioni sull’universo dantesco e la simbologia dei numeri forse possono sembrare un po’ troppo scolastiche, le emozioni sono, invece, tante quando ci si fionda nel testo estrapolando la magia di ciò che Dante “incide”.

Lo stile del monologo di d’Elia è sempre ben riconoscibile e si conferma convincente come già successo con “Non chiamatemi maestro” e “Iliade” giusto per citarne due. Inutile dire che, con poco meno di un’ora e mezza a disposizione, i tagli da fare sono tanti e l’autore si concentra sui canti più famosi dell’opera. Gli applausi più convinti del pubblico sono dedicati al quinto canto e all’amore tra Paolo e Francesca, la vera passione, però, traspare nel ventiseiesimo. Ulisse entra perfettamente nel corpo di d’Elia, probabilmente perché un artista deve sempre sfidare i limiti e superare ogni confine proprio come l’eroe greco. Un artista fermo è un artista finito.

Altrettanto emozionante, anche se per motivi diversi, il capitolo che l’attore dedica al dramma del conte Ugolino, ultimo approfondimento prima dell’epilogo. Forse si sarebbe potuto osare un po’ di più andando a toccare anche temi e personaggi meno conosciuti, focalizzare l’attenzione su quelli più noti risulta essere comunque una scelta comprensibile e che consente al pubblico di essere maggiormente coinvolto nel racconto, tanto che qualcuno in platea sottovoce recita le terzine insieme all’attore. Un monologo che ha inoltre il merito di non appesantirsi mai tenendo il giusto ritmo e le giuste interruzioni anche grazie all’aiuto della musica e di un ottimo disegno luci. Tanto rosso, colore che richiama l’Inferno, e tanto blu. Si entra e si esce dal capolavoro dantesco, ma la magia non si interrompe mai.

Ivan Filannino

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