Recensione: “Cuore di cane”

cuore di cane
Foto © Masiar Pasquali

Il regista di questo lavoro teatrale, Giorgio Sangati, coadiuvato dalla riscrittura di Stefano Massini dell’omonima opera letteraria di Bulgakov, con lo scientismo metodico di un Pavlov, riesce, scena dopo scena, ad aumentare la salivazione dello spettatore, a titillare le sue papille gustative, mostrando la costruzione, o meglio la decostruzione di un uomo non meno straniato di un personaggio brechtiano. L’essere umano è nascosto nel flatus vocis di un ex cane che scopre il linguaggio con la stessa dolorosa ingenuità con cui Ciaula scopre la luna.

Al professore Preobrazenskij, piace giocare al dottor Frankenstein, ma se, nell’originale, la solitaria hybris di un eroe borghese diventa tragedia romantica, nella Russia stalinista, usando una naso di gogoliana memoria, si sente distintamente odore di grottesco e di tragi-commedia. Pallinov, l’ominide che batte l’osso della sua violenta consapevolezza di fronte al suo creatore, conquista faticosamente la posizione eretta, diventa una marionetta biomeccanica retta da fili di dottrina sovietica, è una maschera della commedia dell’arte che ha scoperto il bolscevismo, un arlecchino servitore di se stesso che inghiotte Marx con un appetito pantagruelico. La coscienza del protagonista, quel quid che appare gradatamente, e viene intelligentemente spillato dal regista, con furba strategia pokeristica, scivola quasi subito nella consapevolezza politica, riuscendo funambolicamente a destreggiarsi tra il collettivismo e gli individualissimi desideri di autoaffermazione.

Foto © Masiar Pasquali

Se le parole inizialmente possiedono il canide antropomorfo, letteralmente lo ingabbiano, permettendo al linguaggio di prendere possesso di questa neonata coscienza, di dominarla, almeno apparentemente, nel secondo atto i rapporti di forza si rovesciano e la favella, dopo aver allegramente fatto cortocircuitare il rapporto tra significati e significanti, diventa un arma arrotata, una lama da affondare nel “paté de bourgeois”, che lascia la bocca sporca ai cortigiani dello scienziato. La dialettica servo – padrone si mostra in tutta la sua evidenza nell’irresistibile ascesa di questo Scapino, questo servitore imbroglione che potrebbe diventare un pezzo grosso del partito, osservandone, prima di ogni cosa, tutte le regole linguistiche, compitando alla perfezione la grammatica rivoluzionaria, una neolingua orwelliana, cruda, essenziale e sloganistica, che ben si adatta a questo slegato e slogato neocittadino.

Sandro Lombardi riesce a esprimere, attingendo al campionario testoriano della sua vocalità, un professore che lucida la sua laringe nervosa, materica, e grattata, meglio dell’argenteria di casa, ridotto oggettuale di resistenza di un nostalgico borghese, ha le movenze di un Pantalone dinoccolato che mal digerisce il tradimento del suo Arlecchino. Paolo Pierobon riesce efficacemente a zoomorfizzarsi in un cane che uggiola e guaisce tutto il suo mal di vivere, ed ha successo nell’esprimere fisicamente, ma soprattutto foneticamente, la metamorfosi, trovando una voce che rappresenti il traguardo di una riuscita trasformazione. E’ fatalmente il costante punto di impossibile fuga dello sguardo di tutta la platea, e da canide, la sua immagine più potente è quella di animale appeso come cavia da laboratorio, al pari del quarto di bue di Rembrandt, una carne pronta ad essere sminuzzata, tritata e digerita dalla società, anche se poi risulterà essere un boccone alquanto indigesto. Gli oggetti di scena calano dall’alto, e più che esprimere il deus ex machina, ribaltano l’espressione e rappresentano la machina ex deo, l’insistita oggettualità del realismo socialista. La revanche del cittadino Pallinov è implacabile, e come da copione, la creatura sfugge al controllo del creatore, e, opportunisticamente accetta quello del partito. Nelle ultime scene sembra diventare quello specchio esibito, all’inizio della piece, dalla narcisistica retorica del professore.

Questa volta, però, rimanda un’immagine scomoda, di quell’emendamento di uguaglianza, in cui alcuni, sono più uguali degli altri, dimostra di aver imparato la lezione sofistica, il linguaggio è la misura di tutte le cose, e se la grandezza non basta si può barare sui centimetri. Paradossalmente diventa umano, forse nietschianamente troppo umano, nel momento in cui si disumanizza, in cui brechtianamente antepone la sua pancia alla morale. Incarna l’uomo ideale perché è perfettamente imperfetto, siede, rispetto all’uomo cartesiano, idealmente dall’altra parte dell’arco costituzionale antropologico. Il pensiero non è un aprioristica evidenza, bensì un mezzo macchiavellico per raggiungere i propri obbiettivi. La società stalinista, deformazione espressionistica della socialità umana, del suo essere zoon politicon, animale politico, produce un essere deviante, un’anomalia, una variante in grado di incastrarsi perfettamente tra gli ingranaggi del sistema. Si ride, certo, ma la risata lascia in bocca la persistenza tannica di un gusto agro, di un memento, di un monito che modifica radicalmente il motto “cave canem” in quello sicuramente più efficace e sinistro“cave hominem”, scritto battuta dopo battuta, guaito dopo guaito.

Danilo Caravà

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*