Recensione: “Così tanta bellezza”

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Così tanta bellezza, scritto diretto e interpretato da Corrado Accordino, inaugura la nuova stagione 2018/2019 del Teatro Libero dove era stato presentato per la prima volta nel 2016, arrivando nel frattempo, a giugno di quest’anno, al palcoscenico dell’Elfo Puccini. Così tanta bellezza, titolo quasi abusato dalla letteratura, è un viaggio nell’ordinarietà della vita, e nella perdita di essa.

Il protagonista, unica voce dello spettacolo, è un uomo sposato con due figli adolescenti, ha un buon lavoro e degli amici con cui divertirsi il week end. Attraverso un monologo fitto, dove gli step della routine si susseguono con parole veloci e incalzanti, Accordino ricostruisce il quadro della vita del personaggio, in cui ogni cosa è al suo posto. L’immedesimazione con il protagonista è garantita: la sua voce è la voce di ognuno, e il quadro su cui è dipinto con rigore ogni dettaglio della sua vita è simile al nostro scenario, nonostante soggetti e particolari siano diversi – proprio come le tante cornici appese sul piccolo palcoscenico del teatro Libero.

Una sera il protagonista esce per una passeggiata, la riproduzione casuale della musica sul suo telefonino fa partire Personal Jesus dei Depeche Mode, che lo fa ballare come un ragazzino, e l’incontro con una vicina di casa farà balzare il monologo su un nuovo scenario. Al ritmo dolce e romantico delle domande che il protagonista si pone di fronte alla donna, pensando alla sua vita e storia, il quadro si crepa e piccole ombre e feritoie iniziano a spezzare il dipinto della staticità della sua vita.

Il testo di Corrado Accordino è delicato e rivoluzionario allo stesso tempo, un inno alla straordinarietà della vita e un inno al coraggio. Il soliloquio del personaggio si presenta come una riflessione sul modo contemporaneo di vivere, che riduce la vita all’interno di rigide coordinate perdendo così familiarità con la bellezza del quotidiano: ascoltare una vecchia canzone, accorgersi degli altri e della loro dolcezza nei gesti di tutti i giorni, ascoltare il silenzio e pensare di essere parte di un universo infinito sono tutte cose di cui ci si dimentica quando si è troppo presi a squadrare gli angoli dei nostri progetti.

Rompendo per un solo attimo lo schema abituale dei suoi movimenti, il protagonista non sarà più in grado di ricomporre la quotidianità della vita, fare in modo che tutto ciò che è stato già programmato e tutto ciò che è come deve essere rimanga nella rigida cornice del quadro da lui costruito. Come tutte le vere rivoluzioni, anche questa inizia dal linguaggio: se in un primo momento vi è solo qualche parola di rottura, che cerca di riempire con altro rumore, come un corso di teatro o un incontro dallo psicologo, via via il personaggio perderà la capacità di parlare e, presentandosi dalla sua famiglia, non sarà più in grado di formulare nessuna di quelle parole a cui era abituato.
La recitazione di Accordino è penetrante. La sua gestualità e la sua fisicità si pongono come elementi drammaturgici fondamentali: estremamente ragionati, seguono l’evolversi del discorso e il suo ritmo diventando la vera messa in scena del testo.

Il cuore dello spettacolo si fonde in due temi fondamentali e di particolare curiosità. Da un lato, il monologo di Accordino è un’esortazione a ritrovare l’essenza della vita, a partire da come guardiamo le cose – e le raccontiamo; ed è allo stesso tempo, a contrario, una delucidazione irriverente sulle abitudini spigolose del nostro modo di vivere. La bellezza è la semplicità dei piccoli gesti quotidiani, è l’attimo dimenticato e quasi non più consentito dalla obbligata frenesia della routine, è la storia di un’altra persona di cui non sappiamo nulla. Ma è anche la bellezza che si genera dalla rottura e che, faccia nera della luna, si accompagna indissolubilmente alla sofferenza del nuovo inizio: è quindi la bellezza di ricostruirsi o di reinventarsi, di distruggere quello che si aveva dato per scontato e ricostruirlo o ricolorarlo, di nuovo o per la prima volta, scoprendoci così più sinceri e più coraggiosi, sicuramente ogni volta diversi. La bellezza è però la co-protagonista di un’amara ricostruzione della generazione contemporanea, che si appiattisce sotto il successo, l’ambizione, la moda, il realizzare ciò che è giusto: una famiglia, una casa, un buon lavoro, la stima degli altri, delle rispettose amicizie. La tecnologia scandisce il tempo e il linguaggio che ne segue si riduce a uno slogan, a frasi fatte che ritagliano un’esistenza ben definita. La decomposizione del linguaggio del protagonista, secondo tema portante dello spettacolo, sarà radicale: egli dovrà ripescare fin nella sua infanzia per ritrovare quella autenticità di linguaggio che perse subito, fin da quando il padre lo obbligò a pulire il gelato dalla macchina, a ordinare e pulire gli attimi più spensierati che la società non ammette.

Lo spettacolo di Accordino si presenta così, in fin dei conti, come una domanda, o meglio, una serie di domande che ci poniamo a fatica perché per porcele dovremmo usare parole a cui non siamo abituati e permettere che piccole ombre appaiono sul quadro della nostra vita. Ma sono in realtà domande a cui si potrebbe far fronte con maggiore sincerità e leggerezza. Uno spettacolo che merita di essere rivisto a ogni replica.

Chiara Musati

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