Recensione: “Così è (forse)”

così è forse

Dal 6 all’11 novembre, al Teatro Litta di Milano, ci si è interrogati su cosa sia la verità, grazie al lavoro del Teatro del Simposio, che partendo da un’idea di Francesco Leschiera e servendosi dell’abilità drammaturgica di Giulia Lombezzi, si concentra sullo storico testo pirandelliano Così è (se vi pare) per presentare al pubblico un riadattamento attualizzato intitolato Così è (forse).

All’ingresso del teatro, una simpatica e brillante guida ci accoglie illustrandoci le regole di quel palco che durante quei giorni si è trasformato in un museo, il museo Lamberto Laudini, dal cui nome è impossibile non cogliere la citazione proprio ad uno dei personaggi chiave della commedia di Pirandello, Lamberto Laudisi, colui che è portatore del dubbio, colui che ride e deride gli altri, mentre si accalcano per raggiungere una verità relativa, con pretese di assolutismo.

Accomodandosi ai propri posti, ci si ritrova accerchiati da performer mascherati che camminano per la sala recitando alcune frasi a canone, creando un eco suggestivo che descrive l’antefatto: c’è stato un terremoto, proprio come in Così è (se vi pare), ma stavolta la sopravvissuta è una sola, una ragazza, e non sappiamo nemmeno se questo dato sia vero. Fatto sta che una giovane giornalista neolaureata alla ricerca di successo ne imbastisce un vero e proprio caso mediatico e sfrutta la terremotata come performer all’interno del museo dello zio Lamberto, al fine di attirare lo sguardo di un celeberrimo critico milanese.

Quello su cui ci si sofferma è la diversa funzione che svolge il terremoto all’interno dell’opera pirandelliana e dentro il riadattamento di Leschiera. Nel primo caso, il terremoto funge da causa scatenante: i signori Ponza e la signora Frola, suocera, sono costretti a trasferirsi in un nuovo paese e quest’aria di novità è proprio quella che permette l’insinuarsi dei dubbi fra gli abitanti della cittadella che li accoglie: nessuno effettivamente sa chi siano questi nuovi inquilini e, nei piccoli paesini, la chiacchiera vola facilmente. Oltre che da deus ex machina, in Pirandello il terremoto ha la valenza simbolica dello sconvolgimento del quotidiano in maniera dirompente e irreparabile: il terremoto è il dubbio dal quale, una volta insinuato, non si può può retrocedere.

In Così è (forse), invece, ci si chiede se il terremoto possa essere un elemento scatenante altrettanto forte, partendo da una provocazione sociale: una terremotata performer è in grado di attirare fiumane di pubblico e critici quotati? L’intento è quello di vedere se il pubblico della mostra, che in questa piéce meta-teatrale coincide proprio con il pubblico in sala, possa essere interessato a conoscere la verità sulla terremotata. È importante che sia realmente l’unica sopravvissuta al terremoto? Il fatto che questa informazione potrebbe non essere veritiera, incide su qualcuno? In che modo? La sfida che il Teatro del Simposio si pone, dunque, è ardua, ma non insormontabile.
Ciò che scaturisce tutte le sopra citate questioni, probabilmente, è che a differenza del testo pirandelliano, qui, per una scelta registica ponderata e innovativa, non ci sono due controparti che sostengono verità opposte, ma è presente semplicemente una verità mostrata, quella che inscenano il proprietario del museo e la nipote. E, da quel che si evince, la controparte polemica, quella che dubita, è proprio il pubblico.

In un’ottica volutamente confusa e ambigua, tali domande fluttuano nella mente di uno spettatore la cui concentrazione, per giunta, non è particolarmente facilitata dalla moltitudine di movimenti dei personaggi per le diverse parti del teatro, seppur molto interessante a livello di valorizzazione degli spazi.
Un’altra parentesi che la compagnia teatrale apre, ma astutamente non chiude, è quella riguardante il giudizio del Teatro del Simposio sull’arte performativa contemporanea: attraverso le figure di due spettatori, gli attori giudicano in maniera diametralmente opposta le tre performance eseguite dalla terremotata, che si spingono dapprima verso un raggiungimento di un nudo fisico, riprendendo il concetto di performance come messa a nudo dell’artista, con una strizzata d’occhio alle Bestie di scena di Emma Dante e ai molti altri registi contemporanei che hanno spettacolarizzato il nudo artistico, per poi arrivare ad una descrizione di nudo come verità, per cui l’ultima performance della terremotata coincide col mettere a nudo la sua verità, relativa, attraverso la parola. I due spettatori battibeccano: c’è quello meno acculturato che gradisce, “gli piace”, di pancia, quello che vede, e poi c’è la figura del critico teatrale, denotato come un borioso saccente che ha già visto esibizioni simili e si annoia.

Da tutta questa premessa ci si chiede: cosa ne pensano realmente Leschiera e Lombezzi? Il nudo artistico è ormai un ridondante cliché? Gli spettatori avranno senz’altro di che riflettere, una volta tornati a casa.

Senz’altro, al pari della commedia pirandelliana, il testo della Lombezzi ha riempito gli spettatori di dubbi, ha scosso, ha intontito e ha lasciato tutti con un grande punto interrogativo sulla fronte, concludendo in maniera circolare con la risata di Laudini, ultima citazione al testo di Pirandello.

Jasmine Turani

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