Recensione: “Come sono diventato stupido”

come sono diventato stupido

Come un riflesso pavloviano che faccia salivare le meningi, che titilli l’appetito mentale, questo spettacolo richiama un aforisma di Pessoa, il qiule potrebbe rappresentarne l’epitome, il motto araldico, “solo una cosa meraviglia più della stupidità degli uomini, l’intelligenza che c’è in questa stupidità”. Il protagonista, costretto in un angusto je pense donc je suis… triste cerca pervicacemente di “scartesizzarsi”, di spegnere il bon sens con un oplà, di imporsi un’apnea intellettuale per nuotare in un mare di diffusa stupidità.

L’operazione di Corrado Accordino, che riveste il ruolo di regista, attore, nonché di adattatore del romanzo di Martin Page, da cui è tratta la piece, coglie nel segno, fa scorrere la pellicola a passo doppio, e tra un quadro e l’altro non passa neanche uno spillo di noia, realizza dei break con Brecht, facendo felicemente coniugare lo straniamento con il bel esprit della scrittura francese, con quella comicità elegante giocata sempre in punta di fioretto, dotata di uno stile impeccabile. Bastano un tavolo e qualche sedia per fare detonare la dinamite umoristica, per creare dei momenti che hanno la forza delle vignette del più ispirato umorista, ed esprimono quel senso di tacita solitudine delle figure pittoriche di Hopper, esseri con un disperato bisogno di un abbraccio esistenziale, creature smarrite nell’heideggeriano si impersonale, personaggi che obliano deliberatamente l’autore, cercano di sbianchettarsi da sé dal foglio della vita.

In questo genere di mondo l’intelligenza sembra una malattia, ed è dunque fatale il candidarsi a diventare una sorta di candido voltairiano, il quale, se non crede più di vivere nel miglior dei mondi possibili, potrà pronunciare il suo sincero je m’en fiche nei confronti della sua palese imperfezione. Gli incontri di questo essere condannato all’intelligenza sono personaggi di una moderna favola, in cui gli orchi non fanno paura, hanno magari l’alito che puzza pesantemente di vino, o le mani di una panettiera che sanno di lievito, ma non sanno di non sapere, con buona pace di Socrate. Più leggero di una piuma il testo scenico segue l’andamento imprevedibile di quella di Forrest Gump, svolazza da un capitolo all’altro, al pari di un vento dispettoso, riesce a far scorrere le pagine del libro con velocità, permettendo allo spettatore di sentire l’odore di questa scrittura, che sa di buono, ha il sapore della musica suonata sulle punte, ammaliante, di Debussy, o delle atmosfere rarefatte, incantatrici, fatte di gesti ieratici, delle gymnopedies di Satie. I fiati di tutti gli interpreti sono frecce lanciate con decisione che sibilano verso il centro del loro bersaglio in platea. Solo una pillola rossa porterà su di sé quell’ipoteca di stordimento ricercata da Antoine, ma giusto il tempo perché il cuore di pascaliana memoria si accorga di quanto sia profonda la tana del Bianconiglio, e prenda coscienza delle ragioni che la ragione non conosce.

Accordino narra, cuce e tesse con pazienza questa storia con la sua voce calda, carezzevole, fatta apposta per lasciare, appena prima delle battute, il magico “c’era una volta”. E gioca con la sua laringe per cavar fuori le voci delle maschere contemporanee, insomma gioca il gioco della recitazione con convinzione, con una generosità, sempre più rara, il cui serto è fatto dall’umidità che gli imperla fronte, testimonianza della conquistata fatica scenica. Marco Rizzo, nel ruolo del protagonista, è una perfetta macchina attorale, un essere biomeccanico un po’ dinoccolato, si gioca con maestria una dinamicità cartoonistica, filano dritti e veloci i suoi fonemi, e hanno la dote di ben acclimatarsi sia alle latitudini della nevrosi del sapere, sia a quelle, ancora più frenetiche,dello stordimento della livellante ignoranza. Sembra che tutto il suo corpo diventi uno sguardo sempre stupito, meravigliato, un po’ triste, come quello degli occhi grandi dei quadri di Margaret Keane.

Alessia Vicardi indossa con agilità e scaltrezza i vestiti da caratterista, acrobaticamente salta da una segretaria ad una dottoressa, dal Manzanarre di una panettiera al Reno di una commessa del McDonald’s, e non è certamente ardua sentenza, da affidare i posteri, certificare la sua vis comica, la sua minuta aggraziata follettitudine, e la sua vocalità sembra una polverina magica in grado di tenere sempre viva l’attenzione dello spettatore. Viola Lucio, contraltare fisico dell’altra attrice, torreggia sulla scena e con la destrezza di un gatto si muove con agilità sulla tastiera dei registri interpretativi, dimostra le doti d’un Fregoli attorale che ha già addosso il vestito interpretativo prima ancora d’esserselo messo, si diverte e diverte mentre si esprime in questi esercizi di stile, veloci e cangianti quanto il riverbero della luce sul mare. Come scorre velocemente quest’acqua scenica e come riesce nel miracolo di mostrasi con esattezza e precisione, fotogramma dopo fotogramma, frame by frame, è un liquido fresco in grado di sferzare, di lavar via il tedio, ha il sapore di quella eraclitea, ricorda quanto sia unica ed irripetibile l’azione scenica, vive su di sé l’etimo della parola stupido, citata nel titolo, riportandola alle radice del verbo latino stupeo, allo stupire, al meravigliare, ovvero a quella sensazione che rimane esattamente un istante prima dopo il termine dello spettacolo, appena prima dei meritati applausi.

Danilo Carava

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