Recensione: “Come il cane sono anch’io un animale socievole”

come il cane

Liberamente ispirata a “La peste scarlatta” di Jack London, Massimo Navone cura la regia di una “performance letteraria interattiva”: “Come il cane anch’io sono un animale socievole”. Prodotto dal Centro Teatrale MaMiMò, lo spettacolo resta in scena al Teatro Filodrammatici fino all’11 marzo.

Nel 1912 Jack London scrive “La peste scarlatta”, sperimentando un prototipo di narrativa che avrà molto successo nei decenni a venire. Nel 2013, in una società dominata dal progresso inarrestabile e dall’interesse economico, scoppia un’epidemia che in breve tempo cancella l’intera razza umana. Circa sessant’anni dopo, nello scenario post-apocalittico di una California ripiombata nell’età della pietra, un vecchio, uno dei pochissimi superstiti, racconta ai selvaggi nipoti degli altri sopravvissuti di come l’umanità sia regredita ad uno stato primitivo di violenza e bestialità con il pretesto del morbo globale.

Traendo spunto dal testo visionario di London, gli attori danno vita ad una performance che si nutre della partecipazione attiva del pubblico, riuscendo ad oltrepassare il rischio che questo comporta e a divertire, con semplicità e ironico savoir-faire. Lo spettacolo ha una struttura ben definita, tuttavia gran parte della sua scorrevolezza viene affidata agli spettatori, ai quali viene richiesto di esprimere il proprio pensiero e determinare, in questo modo, la progressione della storia e lo sviluppo della pièce. Ed è proprio nella relazione con l’altro che risiede il fulcro dell’opera, che ogni sera si modificherà, cambierà assetto e si arricchirà inevitabilmente. Giocando con lo specifico teatrale e puntando proprio sull’unicità e irripetibilità dell’esperienza scenica, gli attori non solo riescono a catapultarci nell’apocalittica profezia londoniana, attraverso l’intreccio di molteplici piani di realtà e l’utilizzo, basilare quanto efficace, di luci e suoni aventi funzione di contrappunto, ma sono notevolmente capaci di rappresentare un’analisi critica dell’evoluzione umana, trascendente il testo di London per riportarci in un presente altrettanto distopico e, a tratti, amaramente ridicolo. Le civiltà impiegano secoli e generazioni per costituirsi e consolidarsi mentre sono sufficienti pochi attimi e individui a far sì che il mondo, come lo conosciamo, si sgretoli miseramente. Si assiste ad una lezione di teatro che aderisce alla narrazione e al contempo si discosta da essa per inquadrare noi, spettatori e “humans”: abbracciamo, così, la consapevolezza che sentimenti come l’odio, la crudeltà, l’egoismo sono visceralmente radicati nell’animo di ciascuno così come i più nobili desideri risiedono sull’orlo dei nostri sogni. In egual misura, appartiene alla natura umana la necessità del contatto e della ricerca dell’altro: “come il cane sono anch’io un animale socievole e ho bisogno dei miei simili”.

Il maestro Grotowski, nel suo “’Per un teatro povero”, afferma : “Il teatro è ciò che avviene tra l’attore e lo spettatore”. E qui, sul palco del Teatro Filodrammatici, la divertente quanto acuta relazione che si genera tra le parti sarà, meravigliosamente, differente ogni sera, dimostrando che al variare delle anime di una platea, una pièce diventa altro da sé; cambia il messaggio all’alternarsi del ricevente e, al contempo, il significato di un rapporto profondamente umano: quello che sussiste ineluttabilmente tra il teatro e la persona.

Giuseppe Pipino

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