Recensione: “Coltelli nelle galline”

coltelli nelle galline
Foto Cristian Sordini

Può capitare, come in questo caso, che uno spettacolo sappia farsi essenziale, sottile, ma maledettamente affilato, che diventi un rasoio da barbiere, con il filo rifinito sulla coramella della regia, in grado di tagliare la gola ad Occam ed insieme ai suoi enti inutili, e di mostrare le ossa di una trama su un tavolo anatomico, fatte di una verità più vera e stabile della carne che le ricoprì. Il miracolo lo fa la drammaturgia dello scozzese David Harrower che riporta in scena la terna attorale sofoclea, e le loro battute scorrono quanto le palline sul tavolo da bigliardo, e vanno sicure in buca, dopo aver descritto precise geometrie esistenziali. Siamo nel mezzo di una comunità rurale, tuttavia bisogna dimenticare il bon savage, il mondo arcadico, rivestito dell’idealità del Petit Trianon, è un mondo asciutto e crudele, come la terra che cerca ostinatamente di arare, sa di stallatico e di umori del corpo, e sferza la vita con un linguaggio crudo.

Una protagonista, Eva Riccobono, che compita a fatica il mondo con le parole, e fa sentire quanto la bocca sia piena di pericolose lamette quando cerca di articolare suoni sensati, è una sorta di Kaspar Hauser, nato alla vita giusto nel momento della messa in scena, che sente ancora quanto il mondo gli tocchi gli occhi, e quanto faccia male quella sensazione, ed insieme sia necessaria. Il marito, Maurizio Donadoni, che nietzscianamente è quanto di più lontano ci possa essere dall’eroe a causa del bassoventre, conosce e ara la realtà attraverso la rozza via empirica, e, a differenza, di San Tommaso, non ci mette solo il dito, ma affonda tutta la mano, oscenamente, nella piaga della vicenda. Il terzo, il mugnaio, misterioso quanto il terzo uomo di Aristotele, macina pensieri meglio della stanza pietra del mulino, ed è giusto un po’ più in là rispetto alla dicibilità degli eventi della donna, e dietro alle sue parole c’è un mondo sconosciuto, che spaventa ed affascina insieme.

La regia della Shammah prende questi ingredienti, e li valorizza ulteriormente dando alla piece un andamento da teorema scenico brechtiano, nel quale l’epicità è un richiamo ulteriore per lo spettatore ad osservare con estrema attenzione questo laboratorio sociale, questa triade di elementi estremamente instabile, che potrebbe esplodere da un momento all’altro. Quadri brevi, annunciate da cartelli proiettati, battute terzopersonalizzate, scene costruite e smontate a vista, sono un meccanismo oliato alla perfezione che mostra, more geometrico, quanto la storia mullerianamente non debba necessariamente avere una morale. Tutto è felicemente rinchiuso lì, dietro il recinto di una casa ed insieme di parole, oltre l’ultimo campo c’è un inviolabile finis terrae, le colonne d’Ercole che possono crollarti addosso come una vecchia macina di un mulino.

La ricerca di dicibilità di ogni cosa da parte della protagonista ha un che di struggente, e si vorrebbe abbracciarla nel vedere quanto le unghie si sporchino di terra e di sangue nel tentativo di grattare via la realtà dall’iperuranio delle idee, e stringe il cuore osservare lo sforzo con cui ci mostra quei brandelli di coscienza vissuta, scolpiti faticosamente nella parola, ed enumerati con l’innocente grazia di un angelo di Wim Wenders. Sembra attraversare secoli di storia del linguaggio nel giro di poche battute, vede, con buona pace di Antistene, insieme cavallo e cavallinità, scopre il mondo e la sua scrittura con il medesimo stupore con cui Ciaula scopre la luna. L’attrice Eva Riccobono riesce efficacemente ad esprimere, fonema dopo fonema, la conquista della parola, molto più densa di un semplice flatus vocis, è come terra nella bocca, cibo agro, che forse servirà, come alla guida evocata da Herzog per saper quale direzione far prendere alla vicenda. Idealmente, con ogni faticosa battuta, dice al mondo che le è scoppiato dentro al cuore, all’improvviso, come nel verso della canzone di Mina. Maurizio Donadoni riesce meravigliosamente ad impastare i suoi fonemi nelle zolle, è un Dioniso ebbro al punto di aver dimenticato il suo nome, un Ruzante “che non iera vegnù de campo per un lungo parlamento”.

Pietro Micci completa la triade interpretando un mugnaio tormentato quanto un personaggio dostoevskijano, cerca interi istanti di felicità che valgano quanto una vita, e tira implacabili rasoiate all’anima sfregando sulla laringe metallica i suoni. La scenografia, ideata da Margherita Palli, ci riporta ad una dimensione di teatro distillato fino alla sua essenza, e si esprime con un palco di legno ed un velo come sfondo, più sottile di quello di Maya, e pronto a squarciarci per mostrare agli spettatori la natura illusoria del reale. Su queste tavole non c’è la solita storia tragicomica di poveri zanni, ma solitudini che hanno l’illusione di incontrarsi chissà dove o quando, al pari di un asintoto di una curva, cercano di dipanare il nodo gordiano del gioco spietato del linguaggio, e girano e spostano i modellini dei luoghi della piece, con la stessa convinzione e pervicacia con cui cercano dietro lo specchio della parola la realtà, che è a sua volta nient’altro che un’altra superficie riflettente fatta di sillabe che rimanderà ancora all’infinito ad altri specchi, mentre la protagonista chiederà ancora alla diva di cantarle come si chiami il vento che scuote gli alberi, o il suono che le donne pronunciano quando sono sole nel tempio della loro solitudine.

Danilo Caravà

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