Recensione: “Cita a ciegas”

cita a ciegas

Omero abita a Buenos Aires

Da tempo non mi capitava di imbattermi in un testo di drammaturgia contemporanea, che coraggiosamente, direi orgogliosamente, riafferma il primato della parola, la parola che si fa mito, che ci racconta i personaggi, con una personalità sua propria, verbo che trova l’uomo e lo identifica, lo dice e lo scrive nella biblioteca universale di borgesiana memoria. E’ seduta come vera protagonista sulla panchina, tesse, battuta dopo battuta, la sua tela aracnica sui personaggi, che finiscono con l’essere parte di quel disegno. Il cieco, gravido di visioni dal di dentro, che l’interlocutore del momento può far socraticamente partorire, per poi metterle al mondo a sua volta, reso con dolorosa ironia da Gioele Dix, è seduto su una panchina, un giardino cittadino, un ridotto di lucidità cechoviana in cui provare a dire la vita in bilico tra i sorrisi e le lacrime.

I personaggi, come particelle sub-atomiche, sono in un nugolo di probabilità che il drammaturgo dipana con solennità parchica. Si recita il copione di un Rashomon in salsa argentina, dove la verità ha di volta in volta il punto di vista della voce che la racconta. Un Omero sudamericano, che ricorda volutamente Borges, rivendica l’antico otium e costringe tutti noi lì, seduti con lui sul sedile urbano ad ascoltare l’ira di un impiegato che almeno un lutto addusse agli Achei. L’uomo, un Joseph K. che vive una metamorfosi tragicomica fatta di parrucche e baffi posticci, cerca un impossibile riscatto dionisiaco, ma rimane gozzanamente legato ad un piccolo mondo fatto di cartelle e stanca quotidianità, e non potrà che trovare un anonimo finale in cronaca nera. L’attore che lo interpreta, Elia Schilton, ben esprime con fonemi strozzati e nevrotizzati, l’uomo senza qualità, ubriaco di una passione intorbata. La ragazza, con una bella gestualità da garçon manqué, una convincente Roberta Lanave, stringe forte i pugni nelle tasche e mostra la rabbia come un’identità generazionale. La moglie psicologa, un’efficace Sara Bertelà, s’arrochisce e s’affanna per non essere scambiata per paziente, tuttavia esibisce un intero campionario da psicopatologia di vita quotidiana, che si stempera in un impossibile tango. Bella la scelta registica della sua intenzione deviante, dove il rifiuto verbale al contatto fisico diventa, nel gesto, un impossibile abbraccio con il marito traditore. La donna, un’ispirata Laura Marinoni che contralteggia con vigore i suoi monologhi, amore mai completamente sublimato per lo scrittore, porta con decisione i tacchi dei coturni tragici, e si ribella al cliché bovariano impostole dal personaggio, trovando la forza per riscrivere il suo racconto esistenziale.

La musica, pudica e discreta, entra in punta di piedi per accarezzare alcuni passaggi, per lasciare un profumo di note su alcune battute. Mentre la scenografia, che ha la panchina come topos irrinunciabile, incorniciata da rami, proietta se stessa come una sorta di stampa giapponese, come un essenziale haiku, in cui esprimere una stagione ed uno stato d’animo insieme. Il muro, che ci lascia l’insopprimibile desiderio di Altro, si apre per farsi camera psicanalitica, in cui è la stessa psicoterapia a stendersi sul lettino. L’attesa si è finalmente liberata del suo oggetto, del suo Godot, e può godere di se stessa, intanto, nel silenzio degli dei, che ostinatamente si ritraggono, rifiutando di sciogliere apertamente le umane vicende, degli eroi just for one day si arrangiano come possono, e cantano in minore le loro gesta un po’ più a sud degli ultimi santi, nella città di Buenos Aires.

Danilo Caravà

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