Recensione: “Ci avete rotto il caos”

ci avete rotto il caos

Applausi a scena aperta, standing ovation e complimenti calorosi ed entusiasti: così ha reagito il pubblico alla rappresentazione “Ci avete rotto il caos”, in scena presso il Piccolo Teatro di Milano – Teatro Studio. Una rappresentazione straordinaria, per tanti motivi.

Primo motivo, il più evidente: i sette attori e il tecnico della compagnia sono detenuti del Carcere di Milano-Bollate, usciti grazie a un permesso speciale (assolutamente da non dare per scontato e che per questo costituisce il secondo motivo di eccezionalità) per esibirsi in un teatro prestigioso che ha già rivelato in passato una certa sensibilità per queste forme di teatro sociale. Non attori professionisti, dunque, ma lo spettacolo vibra di un’incredibile energia e convince il numeroso pubblico accorso per la rappresentazione.

Sicuramente una delle ragioni di questo successo dipende dalla drammaturgia che, diversamente da altre occasioni (e questo è il terzo motivo), non verte sulla rielaborazione di un classico o di una storia già data ma prende spunto dalle esperienze concrete e reali dei detenuti stessi. Non si tratta esattamente di un racconto autobiografico, ma il linguaggio, le situazioni, i temi portati in scena partono da ciò che probabilmente i detenuti hanno visto e conosciuto: episodi di bullismo, soprusi sui più deboli e i diversi, pestaggi, scontri per strada, guerriglia urbana, pietre e lacrimogeni (una delle scene più intense ed efficaci è proprio quella della manifestazione, con la colonna sonora “Another brick in the wall”), illusioni e frustrazione, tanta rabbia. Basta un attimo per compiere quell’errore irreparabile che diventa il punto di non ritorno. Tuttavia, è proprio in questo frangente che si apre una riflessione sui sogni, sui talenti, sulle possibilità mancate attraverso una scena grottesca e allegorica allo stesso tempo. Il diavolo, con le sue belle scarpe rosse e il cilindro da mago, tenta di abbindolare con le lusinghe il giovane ma pian piano si sgretolano i falsi miti del denaro facile, del potere e della forza ottenuta con la paura ed emergono le bugie, le contraddizioni, le assurdità; aiutato dalla coscienza e dalle proprie abilità, il ragazzo non si lascia più sopraffare e compie le proprie scelte, finalmente padrone di sé pur nella consapevolezza della propria fragilità. Come suggerisce la presentazione in locandina “occorre decidere come stare in un equilibrio “instabile”, come danzare e “lasciarsi essere”, come tentare almeno di sentire quel che c’è. (…) Ci avete rotto il caos è una storia come tante, tante storie come se fosse una. Ma soprattutto, è tanto caos che qualcuno dovrà pur decidere di rompere e risolvere”. Realizzando una sequenza circolare, si torna dunque alla prima scena ma stavolta tutto cambia e si trasforma: i corpi statuari degli attori non sono più impegnati in atti violenti ma sono pronti a scattare per aiutare chi è in difficoltà, l’odio lascia il posto al gioco e al divertimento, il viso coperto dal passamontagna si scopre e si mostra aperto al mondo. Nella rappresentazione si mescolano scene divertenti a monologhi struggenti, coreografie potenti e dinamiche a momenti delicati ed emozionanti, il tutto inserito in un contesto dove i corpi e le parole degli attori sono più che credibili, autentici e sinceri. La scenografia piuttosto snella lascia ancor più spazio e forza ai movimenti energici degli attori, che arrivano in alcuni momenti anche a sfondare la quarta parete, e soprattutto alle loro riflessioni e considerazioni.

È necessario ricordare che il teatro in carcere non è una novità e anzi sta assumendo sempre più importanza e riconoscimenti, basti pensare ai trent’anni della Compagnia della Fortezza di Armando Punzo o il lavoro di Fabio Cavalli e Laura Andreini con le Compagnie del Teatro Libero di Rebibbia. L’Amministrazione penitenziaria nel corso degli anni ha aperto nuovi spazi, sostenuto progetti di sperimentazione e formazione, avviato forme di collaborazione con gli enti locali e culturali alla luce dei risultati positivi ottenuti tramite queste formule di teatro sociale, in cui si pone l’accento sulla pratica teatrale piuttosto che sullo spettacolo, sull’attività laboratoriale e creativa dei detenuti, sulla funzione terapeutica e pedagogica di quest’ultima, pur senza rinunciare a una dimensione artistica e a una proposta di qualità. In questo caso specifico, l’accorto e intelligente lavoro delle due conduttrici Matilde Facheris e Michelina Capato (non è purtroppo riportato in locandina il nome del drammaturgo), con il sostegno del Consorzio VialedeiMille di Milano e della II Casa di Reclusione Milano-Bollate, dà vita a uno spettacolo duro e toccante che emoziona e fa riflettere il pubblico.

A questo punto, è forse doverosa una precisazione: di fronte a rappresentazioni del genere può sorgere la domanda se non ci si possa lasciare influenzare da una sorta di buonismo nel guardare lo spettacolo con indulgenza e compiacimento. Potrebbe subentrare il pietismo, l’atteggiamento da maestrina o crocerossina, il perbenismo borghese… non è una materia semplice da trattare ed è giusto interrogarsi sullo spirito con il quale si assiste a tali opere. Ebbene, lo spettacolo Ci avete rotto il caos è ben fatto e ben interpretato, efficace, diretto, coinvolgente, forte, stimolante, emozionante… Non è forse questo ciò che ci si aspetta da uno spettacolo?

Ultimo motivo (o forse no) per cui questa rappresentazione può essere considerata straordinaria: al termine dello spettacolo, oltre ai calorosi ringraziamenti dei detenuti a chi li ha accompagnati in questo percorso e a chi ha reso possibile la serata, si è verificato un altro evento degno di nota, una vera e propria invasione di palco. Intorno agli attori si sono stretti i parenti, gli amici, i conoscenti che generalmente non hanno modo di incontrare i carcerati per via delle misure restrittive di detenzione. L’evento spettacolare si è trasformato così in una festa, in un grande abbraccio dove è la comunità che si riunisce, che esulta e che dà sostegno, a vincere su tutto.

Marzorati

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