Recensione: “Capatosta”

capatosta
foto Marco Caselli

Il tema della sicurezza sul lavoro è, ad oggi, uno tra i più delicati. Ogni anno si sente parlare di decine di incidenti che si sarebbero potuti evitare, se si fosse tenuto realmente conto delle norme di sicurezza. Di questo spinoso problema si sono fatti carico anche Gaetano Colella e Andrea Simonetti, che, sotto la regia di Enrico Messina, hanno portato in scena dal 29 al 31 maggio “Capatosta” al Franco Parenti di Milano. Quella che hanno lasciato a casa, però, è la motivazione, assieme forse alla pertinenza. Se da un lato l’ambientazione era piuttosto attinente, dall’altro il testo sembrava portarci più verso la direzione della vendetta personale, piuttosto che di fronte ad una messa in luce dei problemi del meridione riguardo al lavoro poco sicuro.

Tutto parte con un ragazzo giovane, neolaureato, che si reca nel Sud Italia per lavorare nello stabilimento più grande d’Europa, l’Ilva, precisamente nel reparto di Acciaieria 1 RH. Il ragazzo è nell’apatia più genuina e non se ne comprendono fino in fondo le ragioni. Ad accoglierlo è il capo del reparto di acciaieria, un uomo dall’aspetto poco raccomandabile, che si scopre man mano essere uno che delle regole se ne infischia, perché tanto lì funziona così e continuerà a funzionare così. La sensazione avuta, però, è che le due parti non fossero ben bilanciate: la performance si è trasformata quasi in un Colella Show, non facendo emergere abbastanza il punto di vista di Simonetti, interpretante il ruolo chiave del neolaureato e neoassunto alla fabbrica. Colui che doveva essere il portavoce del ceto operaio, il portabandiera dei diritti di chi viene sfruttato, purtroppo è passato in sordina, come un colpo di fucile silenziato, senza destare alcun tipo di scalpore.

Quello che poteva essere uno spettacolo di forte denuncia, una piccola perla sindacalista il cui verbo meritava di essere portato in giro e diffuso con una gittata stratosferica, si è rivelato invece uno dei tanti spettacoli fini a sé stessi e privi di spessore, non permettendo al pubblico di infervorarsi nel sentir parlare di certi eventi, di certe situazioni che invece dovrebbero far trasalire, scaldando gli animi, facendo venire sete di giustizia.
In un secondo tempo, Simonetti sfoggia una recitazione più accorata, ma il risultato è fiacco, non di certo quello che ci si aspettava. Accodandosi ad una lunga serie di cliché, il nuovo assunto lega in maniera alquanto approssimativa il suo datore di lavoro alla poltrona, dopo averlo fatto cadere in un sonno pesante come un macigno grazie ad un semplice massaggio alle spalle di pochi secondi, e lo cosparge di benzina per poi annunciare di volergli dare fuoco.

Si tralasciano i commenti sulla portata della scoperta, avvenuta verso tre quarti dello spettacolo, che spinge il neolaureato a tale gesto: suo padre era un ex dipendente della fabbrica morto là dentro per via di un incidente, colpo di scena degno delle più amatoriali telenovele argentine, si oserebbe pensare…

Ci si concentra su quale fosse l’obiettivo della drammaturgia: narrare una storia di vendetta personale? Mostrare che farsi giustizia da soli è l’unica scelta possibile in un paese corrotto? Il messaggio non è arrivato in maniera chiara.

Una nota positiva si fa per la scenografia, curata seppur essenziale, ben sposata con la tematica in esame, ma che si può vedere come un piccolo barlume in uno spettacolo dalla drammaturgia ridondante, supportata a sua volta da scelte registiche un po’ datate e di dubbio gusto, sfociate in tentativi di teatro danza al fine di creare momenti surreali, caduti però in attimi di leggero imbarazzo a causa della goffaggine nei movimenti dei due interpreti.

Jasmine Turani

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