Recensione “Cantico dei cantici”

cantico dei cantici
foto angelo maggio

“Non guardarmi”. Lo spettacolo Cantico dei cantici firmato da Roberto Latini è magnetico e ipnotico, cattura l’attenzione degli spettatori e in tanti si presentano a guardarlo (complice il riconoscimento del Premio Ubu 2017 per Miglior attore e performer), ottenendo il sold out per tutte le sere andato in scena presso il Teatro I di Milano nelle fredde sere di metà gennaio 2020.

Volta alla sperimentazione del contemporaneo, alla riappropriazione dei classici e alla ricerca di una scrittura scenica originale, la compagnia Fortebraccio Teatro (composta da Roberto Latini, Gianluca Misiti e Max Mugnai) approda al Cantico ormai qualche anno fa dopo spettacoli ispirati a capolavori del teatro quali Amleto + Die Fortinbrasmaschine, Ubu Roi, I giganti della montagna. La scelta in questo caso cade su uno dei testi più misteriosi e affascinanti delle Sacre Scritture, attribuito secondo alcune fonti a Re Salomone, ma probabilmente composto da un autore per noi anonimo nel IV secolo a. C. e accolto nel canone della Bibbia tra gli ultimi scritti.

Il testo è diviso in otto capitoli (un prologo, cinque poemi d’amore e due appendici), in forma di dialogo tra un uomo e una donna, Salomone e Sulammita, che elevano un appassionato canto nuziale. La tradizione religiosa ha trasceso l’interpretazione laica conferendo connotazioni allegoriche relative all’amore di Dio per Israele e per la Chiesa. Roberto Latini si propone invece di sospendere ogni lettura interpretativa, lasciando che le parole nel loro semplice essere “dette” senza ulteriori sovrastrutture di senso sprigionino la loro potenza evocativa, generando così «un inno alla bellezza, insieme timida e reclamante, un bolero tra ascolto e relazione, astrazioni e concretezza, un balsamo per corpo e spirito».

Le note di regia spiegano chiaramente qual è stato il criterio creativo della messinscena: «Non ho tradotto alla lettera le parole, sebbene abbia cercato di rimanervi il più fedele possibile.
Ho tradotto alla lettera la sensazione, il sentimento, che mi ha da sempre procurato leggere queste pagine. Ho cercato di assecondarne il tempo, tempo del respiro, della voce e le sue temperature.
Ho cercato di non trattenere le parole, per poterle dire, di andarle poi a cercare in giro per il corpo, di averle lì nei pressi, addosso, intorno; ho provato a camminarci accanto, a prendergli la mano, ho chiuso gli occhi e, senza peso, a dormirci insieme».

Anche la scena caratterizzata da un’atmosfera straniante ci restituisce un ambiente notturno e onirico, con un richiamo al dramma beckettiano Aspettando Godot: al centro una panchina (all’inizio dello spettacolo vi è sdraiato e vi si dondola un uomo); accanto una pianta da ufficio e sull’altro lato l’immancabile microfono su asta; alle spalle della panchina, un’ampia cornice (rimando ad una finestra ma anche alla raffigurazione artistica) che si affaccia su uno studio radiofonico immerso nel buio da cui affiorano (merito dei sapienti giochi di luce di Max Mugnai) la testa di un manichino con una parrucca verde fosforescente, microfoni, giocattolini, un fiore, un telefono senza filo, in alto l’insegna rossa luminosa “on air”. L’uomo sulla panchina indossa un lungo cappotto viola su abiti semplici (maglietta bianca, bretelle, pantaloni grigi), una generosa parrucca con frangia e coda sotto la quale si intravede trucco pesante e labbra con rossetto, un paio d’occhiali; un paio di cuffie da disc jockey completano la descrizione di questo personaggio misterioso che sta ascoltando Every you every me dei Placebo. Noi pubblico siamo infilati dentro le cuffie, infatti quando l’ambiguo protagonista si alza dalla panchina e raggiunge la postazione calandosi per un istante le cuffie la musica diventa paradossalmente ovattata, per poi tornare a esplodere nello spazio e nella nostra testa (noi siamo nella sua testa, quindi?) quando le indosserà di nuovo. Lo speaker radiofonico afferra la cornetta e tenta inutilmente la conversazione con qualcun altro al capo di un telefono collegato al niente (citazione della Voce umana di Cocteau), dunque incomincia una dichiarazione d’amore lancinante, un dialogo-assolo commovente e disperato, un flusso di passione tumultuosa e delicata, pomposa e maliziosa, violenta e poetica, virile e femminea (l’indefinizione in questo caso non è sintomo di imprecisione, ma esatta volontà di significato ed espressione).

Nei momenti in cui l’opera salomonica prende pausa, torna prepotente la musica dei Placebo oppure la canzone A far l’amore comincia tu di Raffaella Carrà nella versione di Bob Sinclar o ancora, altra citazione (il citazionismo è una delle cifre stilistiche di Roberto Latini), il tema musicale di Morricone in C’era una volta in America quando Deborah si rivolge al teppista Noodles variando i versi del Cantico: “Il mio diletto è candido e rosato, le sue guance sono oro sopraffino, il suo collo è uno stelo soavissimo anche se non se lo lava dalla Pasqua passata”.

Avvolti dalla musica (suggestive le atmosfere sonore create da Gianluca Misiti, tanto da valergli il Premio Ubu 2017 per il Migliore progetto sonoro o musiche originali) e dalla voce inconfondibile dell’attore performer che si fa aria (“on air” ci suggerisce un elemento scenografico), anche gli spettatori sconfinano in una dimensione onirica dove il corpo è potentemente presente e allo stesso tempo è sospeso nelle vibrazioni del respiro e del desiderio.

Durante la danza-concerto forsennata con cui lo speaker trasforma se stesso e l’ambiente, gli accorati slanci poetici del Cantico, tra un tiro di sigaretta e un fiore rigirato tra le dita, assistiamo a uno “striptease decadente” in cui vorticosamente si susseguono sensazioni intense e ponti immaginifici verso la dimensione del sogno coabitata da corpo e poesia, da sesso e da amore.

Giunti al termine di questo deliquio notturno, dopo un crescendo finale che accompagna il canto del Cantico in una sorta di reale amplesso erotico, Latini appare sfatto e spoglio di ogni sovrastruttura, autentico nell’espressione di un amore sofferente e allo stesso tempo immenso, oserei dire sacro, e ci dona con un sorriso le due ultime parole: “Che peccato”. Eppure in qualche modo, come afferma lui stesso in un’intervista, uno dei motivi per vedere questo spettacolo è che “l’amore vince, l’amore vince, l’amore vince”.

Marzorati

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