Recensione: “Buon anno, ragazzi”

Buon anno ragazzi
foto Luca Del Pia

Buon anno, ragazzi – vincitore del Premio Franco Enriquez 2018 per regia e drammaturgia – ritorna al Teatro Franco Parenti, in attesa di essere presentato sul palcoscenico dell’Elfo Puccini il 5 febbraio 2019.

La commedia, che rimarrà in cartellone fino al 21 ottobre, si rivela essere uno di quegli spettacoli imperdibili. Il testo dello spettacolo è di Francesco Brandi, anche protagonista, volto già visto in televisione per essere comparso in film come Habemus Papam, Benvenuti al Nord o Mia Madre, solo per citarne alcuni. La sua penna incontra la regia di Raphael Tobia Vogel: un sodalizio già sperimentato in Per strada, celebrato dalla critica la stagione scorsa.

Francesco Brandi è nei panni di Giacomo, professore ma aspirante scrittore con una figlia piccola a carico, dopo che la moglie (l’attrice Sara Putignano) l’ha abbandonato per intraprendere la carriera di attrice teatrale in tournee per l’Italia. Ancora economicamente dipendente dai genitori (interpretati da Miro Landoni e dalla frizzante Daniela Piperno), il protagonista è frustrato e deluso dal progetto di una vita che avrebbe dovuto essere, e invece non è. La storia di Buon anno, ragazzi è ambientata durante la serata di Capodanno, quando il campanello della casa di Giacomo, impaziente di godersi la sua malinconia, inizia a suonare e non smette più. Il disturbatore seriale è l’amico dal cuore d’oro, tramviere e mezzo spacciatore che, impersonato dallo spassoso Loris Fabiani, costituisce un vero fulcro di ilarità nell’intero spettacolo. Sarà una di queste scampanellate a determinare il primo colpo di scena e la virata poliziesca della narrazione. L’ex moglie ritorna per il compleanno della figlia, ma da attrice amatoriale si rivela una criminale e ladra di tabaccai, che terrà in ostaggio tutta la famiglia, amico compreso. Sarà proprio questa situazione paradossale a costringere ognuno a smettere di scappare dal confronto, svelando paure e fragilità.

La drammaturgia di Brandi in Buon anno, ragazzi si dimostra perspicace e pungente, senza rinunciare alla leggerezza dell’esposizione narrativa. Lo humor permea il testo dello spettacolo non risultando mai esagerato o scontato e, oltre ad assicurare la risata a intervalli regolari, si presenta anche come uno strumento indagatorio della realtà: permette di distanziarsi quanto basta dal corso degli eventi per coglierne meglio il senso, astenendosi dalla morale e dalla tediosità. Il testo di Brandi infatti attraversando vari miti dell’immaginario collettivo delinea i tratti della generazione contemporanea, che da una parte si autolimita a essere quello chi veramente vuole essere, a realizzare i propri desideri e ambizioni, mentre dall’altra si rifugia nell’ordine statico delle cose per potersi poi dire che “non c’è nessun problema”, come ripete spesso il protagonista. Gli stereotipi rappresentati sono tanti. C’è il professore frustrato che riceve ancora la mancetta dai genitori altrimenti non arriverebbe a fine mese, il giudice in pensione che per paura della vecchiaia si fa l’amante più giovane, la madre di famiglia cinica e ossessiva di avere tutto sotto il suo controllo e la sua protezione, la ragazza-madre scellerata che abbandona la figlia per coltivare la carriera e le sue passioni.

L’arrangiamento drammaturgico dell’autore si impreziosisce con la regia di Vogel, dinamica e continuamente frammentata tra attimi di rilassamento e di suspense. L’orchestrazione scenica e le luci sembrano riprodurre questo continuo spostamento del focus, che dà alla regia un taglio quasi cinematografico. Il palcoscenico risulta spezzato in tre: una parte superiore mostra la scrivania di Giacomo, una centrale, arredata come il salotto della casa con divano e porta d’ingresso, e una anteriore in primo piano, dove c’è il terrazzo dell’appartamento. Il movimento dei personaggi da una zona all’altra si arricchisce grazie al gioco delle luci di scena che si graduano, affievolendosi o intensificandosi, a seconda del momento narrativo.
La casa borghese di Giacomo è interamente ricoperta da una morbida moquette di peluche, dove sembra che niente di grave possa succedere. Ma il veloce avvicendarsi degli eventi dimostra che non è così e che il male prende vita proprio mentre si cerca di nasconderlo, facendo finta che non ci sia. La linea che separa il giusto e lo sbagliato si sposta continuamente, il bene e il male quasi si invertono, così mentre prima si giudica la giovane madre criminale e si compatisce l’ingenuo Giacomo a cui vengono date tutte le responsabilità, si finisce con il comprendere le motivazioni dell’una e nell’incitare l’altro a trovare il coraggio di amare e amarsi con più sincerità. Ma sotto questo mescolamento continuo del bianco e del nero, ne viene fuori un’indagine appassionata e ironica dei limiti di una generazione intera, che si racconta quello che vuole e si nasconde in quello che vorrebbe essere, senza mai avere veramente l’audacia di essere come si è e nient’altro. Se il lieto fine è imprescindibile conclusione del genere commedia, nello spettacolo di Francesco Brandi affiora l’irrinunciabile scontro con la realtà e il duro conto da pagare con le proprie ambizioni. Proprio per questo, la storia di Giacomo e della sua innamorata si risolve proprio nel momento in cui niente può più trovare una soluzione: un lieto fine amaro accompagnato dalla risata è proprio un degno compimento di Buon anno, ragazzi.

Chiara Musati

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