Recensione: “Bestie di scena”

bestie di scena
Foto ©Masiar Pasquali

Quando gli spettatori entrano nella sala Strehler del Piccolo Teatro hanno subito la sensazione di essere una presenza scomoda. Inopportuni nel disturbare il riscaldamento che gli attori hanno già iniziato sul palcoscenico e che prosegue anche quando tutti hanno raggiunto il loro posto in sala. Incalza il ritmo, fino a farsi esercitazione marziale di un manipolo di uomini e donne autoregolato dal suo interno: tutti conoscono le regole, nessuno può trasgredirle. Si staccano dal plotone solo per avanzare in proscenio e sfilare una scarpa, la maglietta, sciogliere i capelli. La poltrona dello spettatore si fa ancora più scomoda quando realizza che il riscaldamento era già spettacolo. E via i pantaloni, il reggiseno. Lo spettatore guarda, le luci in sala ancora accese lo costringono a essere guardato. Le quattordici Bestie di scena di Emma Dante sono nude in schiera sul proscenio. Che nessuno si muova.

Solo le mani degli attori, frenetiche e maldestre, tentano di coprirsi a vicenda le parti intime, o gli occhi per qualche secondo. Se sottrarsi alla nudità non è possibile, ci si può almeno liberare dell’imbarazzo dello sguardo. Lo sanno bene gli spettatori che hanno tirato un respiro di sollievo all’abbassarsi delle luci in sala. Dimenticando però che il palcoscenico non finisce là dove arriva il loro occhio, e il dietro le quinte che tutti bramano di conoscere riserva sorprese di cui ci si può pentire di essere stati curiosi. Solo le Bestie possono sottomettersi al compromesso, giocare alla vita e alla morte con chi ha scelto di giocare con loro in questo giardino dell’Eden che è il teatro. E allora il serpente si mostra, e per tutto il tempo lancia dalle quinte la sua mela succulenta sotto diverse forme. Emma Dante con questo spettacolo abbatte ogni barriera illusoria. È inutile stare lì a rimuginare sul perché e il per come, la soluzione del gioco è il gioco stesso.

Questi corpi resi indifesi dalla loro nudità si accendono di vita ogni volta che dalle quinte la mano invisibile della regista lancia il dado di un gioco già giocato altre volte. E allora arriva il bidone d’acqua di Mpalermu, la bambola spezzata de Le Pulle, La Scimia, la ballerina di Operetta Burlesca, lo spadaccino, la femme fatale. Tutta ciò di cui le Bestie hanno bisogno per vivere arriva dalle quinte, come se venisse fuori dal passato il ricordo di un’esistenza che torna a reincarnarsi nel corpo di chi l’ha creata. Così ognuno degli attori si ritrova a rincorrere la propria ossessione, il personaggio dentro cui smettono di avvertire la loro nudità semplicemente perché si riappropriano di un senso che non necessita di costumi di scena. La necessità, per l’appunto, di farsi sostanza, di dare forma e consistenza a un’anima altrimenti smarrita, la fame vorace di un corpo che si mette in pericolo pur di raggiungere quell’apice di vita che più si avvicina alla morte, il delirio di un’esistenza inconsistente che è dell’attore, ed è dell’umano.

In questo gioco siamo tutti coinvolti, lo spettatore non è il voyeur indiscreto ma il testimone di nozze di un’unione che raramente a teatro viene sancita. Emma Dante mette a nudo gli attori perché possano offrirsi in un sacrificio che non è carneficina, ma dono di un corpo. Violenta è solo la foga per uscire dall’inutilità di quello stesso corpo che ci appartiene, e che vaga incompleto su un palcoscenico o sulla terra alla ricerca di un qualunque significato, in attesa che qualcuno giri la manovella del carillon per iniziare a volteggiare nella giostra dell’esistenza. In scena Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Viola Carinci, Italia Carroccio, Davide Celona, Sabino Civilleri, Roberto Galbo, Carmine Maringola, Ivano Picciallo, Leonarda Saffi, Daniele Savarino, Stephanie Taillandier, Emilia Verginelli, Marta Zollet stringono con lo spettatore un accordo da cui non si torna indietro: siamo tutti disarmati, nudi e inconsistenti di fronte a questa giostra che gira con o senza la nostra presenza, allora tanto vale esistere fino alla fine. Scegliere di disobbedire quando dalle quinte vengono lanciati dei vestiti che non verranno raccolti, scegliere di rimanere così, nudi disarmati inconsistenti, umani.

Alessandra Pace

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