Recensione: “Bartleby”

Bartleby
foto Laila Pozzo

L’inizio ed il sugo manzoniano della storia sta tutto lì, nella prima immagine dello spettacolo, in una piuma pronta da intingere nel calamaio, che forse di scrivere non ha propria voglia, avrebbe piuttosto desiderio di volteggiare oltre i muri di Wall Street. Nel silenzio delle battute, il silenzio degli oggetti di scena, sembra fatto apposta per accogliere l’anima del racconto, e potente il suo muto fonema, vestito della luce di un faro, annuncia la sua preferenza al no. Bartleby è tutto ciò, solo questo può esprimere ciò che non vuole, e lascia che sia la parola dell’avvocato a scrutarlo da ogni lato.

Per sottrazione, questo scrivano inscricciolito, che pigola dolcemente un rifiuto dietro l’altro, ritrova se stesso, decentra lacaniamente il suo essere oltre la periferia del pensiero discorsivo, è dove non pensa, così come il ciarliero legale, pensa dove non è. Dietro la trincea scenografica costituita da una scrivania questo timido personaggio sceglie l’obiezione di coscienza, è un uomo contro, che oppone alla rigida verticalità di New York, il suo sguardo diverso, piegato, rifiuta la banalità del reale, ed il suo no pesa quanta il pesante tomo del capitale marxiano. Sembra iconograficamente un San Sebastiano mentre il regista lo dipinge lì, da un lato del palcoscenico intento a fissare il muro, o meglio oltre di esso, pronto a ricevere gli strali verbali su di sé, con la voglia di raccogliere silenziosamente le foglie morte fatte delle parole altrui.

Il personaggio dell’avvocato, interpretato efficacemente da Luca Radaelli, incarna la parola stessa del romanzo, la sua vocalità batte con convinzione come se pigiasse i tasti di una lettera 22, in preda ad un’ispirazione frenetica incontenibile. Regge bene, come un mitologico Atlante il vasto cielo di parole di questo spettacolo, e si fa contagiare gradatamente dal “I would prefer of not” di Bartleby fino all’epilogo dove cava dalla laringe una voce scevra dalla pompa e dal fasto retorico, una vocina bartlebiana, la cui luce sottile incanta come i fiammiferi di Prévert. Il giovane attore Gabriele Vollaro trova, aiutato dalla maieutica regia, una recitazione tutta fatta e capitalizzata sugli sguardi e su piccoli gesti, dove le parole suonano una musica nuda, essenziale, percorrono idealmente all’indietro la genealogia del suono e delle intenzioni, che ne costituiscono le armoniche, per arrivare, al tinnio puro, argentino, del cristallo. L’operazione del regista Sarti è più che convincente, e riesce a far sentire lo scricchiolio della penna di Melville, a rendere l’atto stesso creativo con cui è nato il romanzo, dosa con saggezza i larghetti ed i prestissimo creando un concertato che arriva a coinvolgere la platea. Anche in questo lavoro letterario c’è un capitano Achab che naviga a piedi tra gli scogli di cemento di Wall Street, e decide di non arpionare la sua silenziosa Moby Dick, ma di accompagnarla nel suo viaggio impossibile verso la spiaggia.

Bartleby è quanto di più prossimo ci possa essere all’inconscio, di quell’Altro che ci abita, di quel signore misterioso di cui vedo solo la nuca, misterioso ed inafferrabile come il terzo uomo aristotelico, trova un linguaggio prima del linguaggio, in mezzo all’inquinamento acustico di una città che si preparava babelicamente a sfidare il cielo, sceglie scientemente il silenzio, una presenza che non si può ignorare, una figura evanescente, quasi metafisica. Il suo percorso ha qualcosa di cristologico, come cristologica è la sua immagine nel finale, nel quale il suo percorso ascetico non può che traguardare verso il tragico finale. Davvero ha qualcosa di mistico la scelta di questo scrivano, e nei tagli di luce, nelle posizioni plastiche, il regista ci arriva per intuito, ed ecco che lo sguardo dell’avvocato dallo stupore passa ad una meraviglia, nei confronti di una creatura che sembra l’ombra stessa della luce. Il balbettio negante di questo santo laico, che rifiuta di verbalizzare un mondo legale di bilanci e finanze, vale quanto e più di tutta la tomistica di Tommaso d’Aquino. E’ una deposizione dalla Croce questo finale, la Passione di un uomo che smonta negazione dopo negazione i muri di Wall Street per trovare, oltre di essi, un paesaggio di libertà che la platea può solo sforzarsi di indovinare dietro i suoi occhi. Ma l’umanità evocata dolorosamente nel monologo finale dell’avvocato dopotutto è un altro mattone nel muro, a cui lui stesso, con gli ultimi fonemi a cui fa la punta nel temperino della sofferenza, dà la prima picconata per abbatterlo. L’intuizione di Sarti è stata quella di trovare in questa storia una forza sociale, dinamitarda, una forma gandhiana di satyagra, di resistenza non-violenta trovata tra le pagine della letteratura americana, un rappelle a l’ordre da lanciare verso il pubblico, un invito, forse, a fare tutti un po più di silenzio per sentire i muti sguardi di Bartleby suonare una musica dolcissima che sciolga i nodi di parole che avviluppano il cuore.

Danilo Caravà

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