Recensione: “Bandierine al vento”

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Bandierine al vento: ritratto di una società che ignoriamo.

Siamo all’Elfo Puccini di Milano il 16 e il 17 maggio, assieme alla compagnia Evoè!Teatro, ma al contempo ci troviamo catapultati nel salotto di una famiglia borghese contemporanea che parodizza a sua volta, coi suoi gesti, il tipico nucleo familiare americano durante la ripresa economica degli Anni ’50. L’atmosfera è quella che si percepisce all’inizio di “Into the wild”. Padre, madre, figlia e figlio più piccolo. Mangiano i cereali, come nei migliori spot televisivi, tutti assieme. E sorridono di prima mattina, a colazione. Famiglia modello. Così ostentata, così perfetta, da sembrare finta. Pochi secondi dopo ne capiamo il motivo: FOTO! E dopo la foto, ognuno prende la sua strada, il marito va al lavoro, la moglie veste i bambini per andare a scuola e i cereali rimangono lì, sul tavolo, a decorare quella cucina da rivista datata, nella bolla di finzione in cui è giusto che stiano. Nell’immaginario.

L’appartamento è piccolo per quattro persone, ma è quello che la famiglia si può permettere con lo stipendio del padre, un modesto impiegato. In quel palchetto di pochi metri, le stanze si creano e si disfano grazie a dei pannelli mobili, semitrasparenti, che si adattano alle esigenze di una famiglia in crescita, proprio come i lettini IKEA. Precarietà, piccolezza, nessuna privacy. Ma è quello che il mercato offre e la famiglia è contenta di riceverlo, perché tutti ce l’hanno, quindi va bene anche a loro… più o meno.

Più si cresce, più si sta insieme, più diventa difficile coniugare la facciata di una vita perfetta con la noia, le mancanze e le scocciature di una famiglia che si ritrova sempre assieme in quel piccolo salotto. Cosa fa normalmente la media borghesia? Guarda la tv. Allora si guarda la tv. E poi… va in vacanza. Allora si va in vacanza! Auto o aereo? In ogni caso si litigherà, ma dalle foto la famiglia farà vedere che sono stati felici, almeno per i secondi dello scatto.

Tentando di stare al passo coi tempi e col lavoro on line, il padre viene licenziato. E la famiglia non lo riconosce più: i canoni borghesi non prevedono questa opzione. Crolla la facciata, quindi crolla l’unione. Divorzio. Due figli cresciuti e sempre più repressi: la ragazza vorrebbe fare moda, ma si ritrova a fare ingegneria ambientale, mentre il ragazzo arriva a fingere di masturbarsi, pur di non far vedere alla sua stessa famiglia che scrive poesie. Perché le poesie non sono utili alla società capitalista.

Il ritratto che emerge è quello di una bourgeiosie annoiata, molto moraviana, che è la nostra, quella in cui viviamo, ma che non cogliamo. Ed è questa la cosa inquietante: i protagonisti di Bandierine al vento vogliono farci aprire gli occhi grazie alle parole distopiche del futuristico autore tedesco Philipp Löhle davanti al nostro stato di fatto, in una società industrializzata dalla quale proviamo a distaccarci, ma non riusciamo.
Nella performance, tutti i personaggi, a turno, provano a scappare dalla gabbia: lo fa per primo il padre, Silvio Barbiero, quando rinuncia ad un lavoro sicuro per la novità, per la felicità, ma perde la famiglia. Ci prova in seguito Clara Setti, la madre, che con la sua recitazione leggermente sotto tono rispetto agli altri, mostra una donna sommessa, che non ama il marito, ma che ritorna sempre fra le sue braccia perché non sa che altro fare. Un tentativo lo fa la figlia, Marta Marchi, sempre esuberante, nella sua performance energica e sostenuta per l’intera durata dello spettacolo, forse quella più nella parte fra i quattro, quando cerca di creare la sua linea di moda e, nel momento in cui sembra che ce la stia finalmente facendo, ecco che arriva il fratello, frustrato per aver dovuto reprimere per anni la sua arte, che la afferra per le caviglie e la trascina di nuovo con la forza in quella routine, tarpandole le ali, come per vendetta.

Nelle ultime foto di famiglia, i quattro componenti non riescono a nascondere la loro tristezza e ne siamo quasi felici, perché finalmente rompono la barriera sociale e mostrano qualcosa di vero.

In uno spazio così piccolo, però, non ci si può muovere troppo, specialmente se si introducono molti, oggetti di scena piuttosto ingombranti. Balli, corse e movimenti troppo ampi erano quasi soffocanti in alcuni momenti e talvolta hanno distolto l’attenzione dal testo molto bello di Löhle, tradotto efficacemente da Nadja Grasselli.

Eppure si apprezza il messaggio di Evoè!Teatro, contro una società consumista, perbenista, avida e materialista, che ricorda le parole di “Society”, una delle soundtrack di “Into the wild”, cantata da Eddie Vedder:

“It’s a mystery to me
We have a greed with which we have agreed
And you think you have to want more than you need
Until you have it all, you won’t be free”.

Jasmine Turani

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