Recensione: “Babilonia Teatri – Pedigree”

pedigree
foto di Eleonora Cavallo

PEDIGREE NON BINARI

<< Io non sono un sistema binario>>.

Non ci invii accidenti il vecchio e sempre galvanizzato Zeus. Lo stratagemma dell’androgino non ha funzionato. O almeno, non del tutto.

Al di là di romanticismi, pur sempre rincuoranti, noi non siamo sistemi binari. Non siamo in bianco e nero, la nostra numerazione contempla l’infinito, i nostri nervi a fior di pelle neanche sappiamo nominarli, gli stati d’animo che ci scuotono sanno confonderci per la forza dell’ignoto che si rivela anno dopo anno. Siamo mille persone in una, con progenie sconosciute ma con congetture, quelle sì, fin troppo conosciute e binarie. Un sistema di contrari, senza considerare che finanche il dizionario riesce a contemplare più di un sinonimo per uno stesso contrario. Destra o sinistra, bianco o nero, alto o basso, troppo o poco. Ma Cos’è la destra? E cos’è la sinistra?, domandava qualcuno dal naso adunco.

Pedegree, ultimo spettacolo dei Babilonia Teatri in scena fino a questa sera 28 ottobre, indaga la vastità delle possibilità. Rifiutando una prospettiva oggettivista a tutto vantaggio di una costruttivista e, talvolta, fatalista, in tema non vi è la destra e la sinistra, ma la rievocazione di una struttura che originariamente di fatto binaria lo è. La famiglia.

La famiglia, ripetiamolo a gran voce. Sarà deformazione ma in mente, pare ritornino solo le voci dei doppiatori di Marlon Brando e Al Pacino nell’apocalittica trilogia di memoria comprovata. Quella famiglia era al di fuori di qualsiasi canonicità.

Pedigree evoca ben altra famiglia. In scena, vi è un figlio, Enrico Castellani, e la sua lunga lettera a un padre. Per rigore, in scena vi è un figlio e la sua lunga lettera al donatore di sperma posto a pagina 28. Vi sono le sagome di madri che del mito dell’androgino son l’emblema di ricostruzione, vi sono i dettami di una società trasposti nella crudeltà severa che passa solo attraverso le domande dei bambini e deviano l’attenzione sugli orpelli piuttosto che sulla vita. Abbaglianti spotlight si accendono sul biologico per dissipare ombra sul bios. Pedigree si fa manifesto di una generazione ripartita nel dramma di doversi dividere (nuovamente, per Zeus) fra amore e genetica, sentimenti e biologia in provetta.

Il monologo, condito con cromie e ritmi dissonanti, avanza strattonando luoghi comuni e perplessità gravi e ataviche. L’espediente dell’incedere è quello di ornamenti scenici, talvolta didascalici o poco neutralizzati. Luca Scotton, come un Quasimodo anni ’50, è il deus ex machina di un pedigree che a suon di Love me tender accompagna una rivendicazione della possibilità di diversità.

Alessandra Cutillo

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