Recensione: “Avevo un bel pallone rosso”

avevo un bel pallone rosso
Foto Luca Del Pia

All’ingresso del viottolo che porta alla Cascina Spiotta d’Arzello, dalle parti di Acqui Terme, nell’alessandrino, compare ogni tanto qualche mazzo di fiori. Solitamente sono rose, rose rosse, e il colore di questi fiori lascia più d’un sospetto in merito al destinatario.

Lungo quella stradina, infatti, il 5 giugno del 1975 si concluse la tragica parabola di Margherita Cagol, per tutti “la compagna Mara”, moglie del fondatore delle Brigate Rosse Renato Curcio e a sua volta esponente di spicco del gruppo terroristico. Uccisa durante un conflitto a fuoco, secondo la ricostruzione dei carabinieri, che avevano per puro caso individuato il luogo in cui era tenuto sotto sequestro l’industriale delle bollicine Vittorio Vallarino Gancia, rapito dalle BR. Uccisa a mo’ di esecuzione sommaria, invece, secondo la ricostruzione dei compagni di Mara.

Quella terribile giornata segnò uno spartiacque nella storia della lotta armata e forse, per estensione, nella storia stessa del nostro paese. Margherita / Mara aveva preso parte alla genesi delle BR, contribuendo lei stessa all’invenzione del nome del gruppo, con la proposta del colorato aggettivo qualificativo da accompagnare a quel “Brigate” deciso da Curcio, a partigiana memoria, mentre in macchina attraversavano Piazzale Loreto. Aveva partecipato alla fase politica, filosofica, sociologica del movimento, accompagnandone tutto il cammino, dai banchi dell’Università di Trento alle grandi manifestazioni di piazza del ’68, dalle redazioni di riviste a forti tinte politiche fino alla decisione delle armi e della clandestinità. Erano le Brigate Rosse che sequestravano, rapinavano ed effettuavano azioni dimostrative ma che ancora (pur non escludendone la possibilità), non avevano progettato omicidi. Qualche vittima c’era già stata – tre, per l’esattezza – ma quei primi omicidi erano arrivati come conseguenza nefasta e non programmata di azioni pensate per altri scopi. E comunque, né Margherita né Renato avevano preso parte alle azioni di cui sopra. Loro due, laureati in sociologia, si occupavano di costruire le fondamenta ideologiche del movimento, assumendosi contestualmente la responsabilità morale delle offensive di un gruppo che, forse, in quel momento, nel più sbagliato dei modi, aveva davvero voglia di provare a costruire un mondo diverso e senza differenze sociali.

Da quel giorno di giugno tutto sarebbe cambiato. Curcio, appena fatto evadere dalla stessa Cagol, sarebbe stato nuovamente arrestato di lì a pochi mesi, cedendo il timone di comando a Mario Moretti, che inaugurerà (proprio un anno dopo la morte di Mara, quasi fosse un atto di vendetta commemorativa) la fase più violenta e sanguinaria delle BR, con l’uccisione del magistrato Francesco Coco. Da lì in poi sarà solo sangue, sempre di più, sempre più stupido e sempre più senza giustificazione (posto che la violenza possa mai averla, una giustificazione).

Ma questa fase, Margherita non l’avrebbe conosciuta mai. Margherita / Mara, nella vita reale e nello splendido disegno drammaturgico di Angela Dematté (Premio Riccione 2009), è una persona scissa in due parti, due corpi, due nomi, due città. Come sottolinea Carmelo Rifici, regista della piece in scena al Piccolo Teatro Melato, a Trento esiste Margherita, ragazza di montagna educata secondo principi cattolici. Margherita, la studentessa che parla in dialetto e non rientra mai dopo le sette di sera, Margherita che chiede il permesso per andare ad una festa e ha un rapporto strettissimo con un padre burbero ma evidentemente innamorato della sua figliola. Margherita che nei suoi quaderni riporta la filastrocca del pallone rosso, che dà titolo all’opera. A Milano esiste invece la compagna Mara, intelligentissima e radicale terrorista con il mitra in mano. Mara che abbandona il dialetto in favore di un linguaggio sempre più complesso, burocratico e militare al contempo. Mara che, per poter seguire il suo percorso interamente dedicato alla causa del terrore, deve (deve e terribilmente deve) congelare il suo amore per il padre, relegandolo al ruolo di ospite nella casa dei suoi sentimenti, e nemmeno troppo gradito. Mara che al rosso di quel pallone sostituisce il rosso del sangue. Il suo, prima di tutto.

Sul rapporto tra i due si fonda l’intero testo e la conseguente messinscena. E questo è il primo e più importante miracolo intuitivo della Dematté. Quando si pensa ad un terrorista, ad un assassino, a chiunque accolga la violenza come cifra dei suoi giorni, difficilmente si riesce ad immaginarlo nella sua dimensione umana. Non ci si sofferma mai a pensare che, in ogni caso, anche nel più terribile, all’origine di tutto ciò che definiamo “mostro” esiste una persona. Qualcuno che ha avuto o ha una madre, un padre, sogni sparsi, speranze infrante, amori. E persone. Persone che nemmeno compiendo il più disperato degli sforzi riuscirebbero a sovrapporre la maschera del mostro al volto della persona.

E’ il caso di questo padre, interpretato con straziante e imponente bravura da Andrea Castelli, davvero monumentale nel suo continuo confronto con la figlia, l’altrettanto magistrale Francesca Porrini, abilissima ad insinuare gradualmente, nel carattere ingenuamente montanaro di Margherita, quel pensiero che la porterà a diventare la durissima compagna Mara.

Rifici annaffia con passione i semi gettati dalla Dematté e li fa fiorire in un apparato scenico che solo apparentemente è semplice e neutro. Poche assi di legno che descrivono un pavimento geometrico, su cui poggiano due scrivanie e una poltrona ma che bastano a trasferire continuamente i due protagonisti da Trento a Milano e ritorno, accompagnandoli in maniera fluida e spietatamente cronologica dagli anni ’50, con Margherita bambina, al 1975, con Mara perduta.
Una canzone, che si chiama proprio “Canzone”, qui nella versione di Don Backy, spezza in due la piece, nel momento esatto in cui Margherita abbandona il padre, Trento e forse sé stessa per iniziare una vita nuova, a Milano, mai più Margherita e per sempre Mara. E con il senno di poi, le parole dell’innocua canzone portata al successo anche da Celentano, suonano spietate e terribili (“Io sogno e nel mio sogno vedo che non parlerò d’amore, non ne parlerò mai più”), descrivendo al contempo un presagio e la conseguenza delle scelte di Mara.
Alle spalle dei due, un grande schermo sempre attivo lascia che scorrano date e parole, contribuendo alla magia di una rappresentazione riuscitissima in almeno due momenti: il primo, quando il volto del padre si sovrappone e si fonde con quello di Lenin, la cui immagine troneggiava nella casa milanese di Mara, in un devastante passaggio di consegne tra il padre naturale e quello ideologico, a cui Mara si donerà. Il secondo, quando il volto mostrificato di Mara si sforza di contenere l’emozione e le lacrime anche di fronte alla malattia del padre, ormai definitivamente separata da lui anche dalle grate che fungono da pareti scenografiche.

Da vedere, vedere e rivedere ancora. E quando sembrerà di averlo visto abbastanza, rivederlo una volta in più, lasciando che scorrano liberamente fiumi di lacrime rabbiose.

Massimiliano Coralli

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