Recensione: “Atti osceni: i tre processi di Oscar Wilde”

atti osceni
foto laila pozzo

La verità è raramente pura e mai semplice

L’aforisma di Oscar Wilde sta lì in bella evidenza sulla parete del palco ad accogliere gli spettatori che entrano nella sala Shakespeare del Teatro Elfo Puccini dove si completa il dittico dedicato al grande scrittore irlandese. Così, dopo aver fatto divertire il pubblico con L’importanza di chiamarsi Ernesto, i due registi Ferdinando Bruni e Francesco Frongia colpiscono dritto al cuore riportando in scena Atti osceni: i tre processi di Oscar Wilde scritto da Moisès Kaufman nel 1997. Uno spettacolo dal ritmo serrato per oltre due ore, un testo che mette sul piatto tanti argomenti e che scuote la coscienza dello spettatore spronandolo a scoprire meglio le vicende di un uomo che fa parte della storia della letteratura.

foto laila pozzo

Un racconto giudiziario che in certi momenti assume uno stile quasi cinematografico, una lezione di storia, un viaggio nella poetica di Wilde, una storia d’amore. Tutti elementi che rendono questo spettacolo così amato dal pubblico, per avere la versione italiana abbiamo dovuto aspettare 20 anni, ma l’attesa è stata ripagata pienamente. A Guidare il cast c’è Giovanni Franzoni eccezionale trasmettere in modo impressionante sia l’amore dello scrittore irlandese per la poesia sia il suo progressivo scoramento di fronte ad eventi e soprusi che paiono incomprensibili e che lo porteranno alla morte civile. Un cast che funziona individualmente e coralmente e a volte la recitazione diventa davvero corale, quasi musicale, con tanto di asta e microfono. Tutti sono narratori della storia, le fonti, le lettere, le memorie, i flashback si mischiano intrecciandosi e a volte pure contraddicendosi ma rendendo tutto così armonioso nella sua abbondanza.

Sul palco anche l’ottimo Riccardo Buffonini e un Ciro Masella perfetto nel ruolo del marchese di Queensbury ricoperto nel primo tempo. Certi insulti lanciati a Oscar Wilde purtroppo non si fa fatica a immaginarli oggi, basta mettere al marchese degli abiti un po’ più moderni ed ecco un padre contemporaneo che ripudia suo figlio omosessuale.

Nel procedere della storia si sente il profondo desiderio dell’arte di vincere la pochezza che la circonda, non mancano i momenti di ilarità, su tutti un Edoardo Chiabolotti nei panni della regina Vittoria sulle note di Rule Britannia con alle spalle il ritratto austero della vera sovrana. Inoltre parlando di Gran Bretagna non può mancare un tocco di humor inglese capace di essere apprezzato anche giù nello Stivale.

Le scelte registiche di Bruni e Frongia rendono lo spettacolo unico, aiutati dall’ottimo lavoro con le luci e coi suoni di Nando Frigerio e Giuseppe Marzoli che dettano i tempi con precisione, un cambio di luce, tre colpi di martello e il pubblico è catapultato dove gli autori vogliono metterlo. Anche la scenografia sembra fatta su misura, in particolare le sbarre che riportano ovviamente all’impuntato in tribunale, ma che sanno anche trasformarsi in un ring di scontri verbali. La linearità inglese, però, non può durare per tutto lo spettacolo, ed ecco che i due registi accendono la miccia con l’ingresso dei 4 ragazzi chiamati ad accusare Wilde. Si tratta di una parentesi che aiuta a spezzare la tensione, poi ci si ributta nel pieno del processo con i messaggi da Parigi di Alfred Douglas e il lento ma inesorabile abbandono di Oscar che ci porta fino al silenzio nella Casa del Giudizio.

Ivan Filannino

2 Commenti

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*