Recensione: “Arte”

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foto Giuseppe Carbone

A volte basta poco. Si fa per dire, in realtà. Perché “poco” di certo non si possono definire un copione come quello di Arte di Yasmina Reza, e il modo in cui tre bravi attori lo accompagnano e lo sostengono, con quella semplicità recitativa che è la cosa più complessa da raggiungere: una semplicità fatta di tempi, di respiro, di silenzi interminabili che danno allo spettatore tutta la libertà di sentire nella propria testa il suono lontano di una miccia che sta per raggiungere la carica esplosiva.

È quindi indubbio che in quello che qui viene ironicamente definito “poco” si celi il “molto”. Il molto lavoro dei tre protagonisti nel raggiungere un’armonia e una sinergia tali da consentire ai tre personaggi, così diversi, di emergere al punto da non sapere più con chi empatizzare. C’è il molto lavoro di una regia, quella di Alba Maria Porto, che punta quasi a farsi invisibile, a nascondersi sempre di più, per arrivare a restare visibile solo nell’essenziale scelta scenografica e in quei cambi luce necessari solo a stabilire un contatto diretto dei personaggi con lo spettatore. La via più semplice, si potrebbe pensare in prima battuta, ma la razionalità impone di considerarla come la migliore possibile per lasciare al testo, che in già in sé racconta proprio l’irrazionalità assoluta, la possibilità di emanare tutta la sua (è il caso di dire) luminosità.

Tre amici di lunga data. Un quadro bianco pagato uno sproposito. Tre criteri diversi di giudicare l’acquisto. Due scale di valori che contrastano fino a bruciare e una terza che cerca di gettare acqua sul fuoco. Non esiste di certo un criterio assoluto per giudicare un’opera d’arte. È una questione assoluta di sensibilità personale. E quindi relativa, se si perdona qui il gioco di parole.
È davvero bianco?
Non vedi i colori?
Io ci vedo del rosso. Anche dell’ocra.
Io vedo che è una merda. Una merda bianca.

L’educazione, degna dell’erudito, che si trova dietro alla manifestazione delle proprie sensibilità personali, però, si evolve presto in reazioni spropositate, in pesanti giudizi che si spostano dall’oggetto del dialogo alla persona che lo possiede e da quest’ultima a quella che difende quella che lo possiede e così via, in una valanga di accuse e controaccuse che fanno crollare ogni certezza sulla genuinità delle relazioni affettive e mettono a fuoco le crude verità che si nascondono dietro ai rapporti di amicizia.
Ancora una volta, dopo “Il Dio della carneficina”, la scrittura del premio Pulitzer Yasmina Reza si rivela essere un cristallino quanto sarcastico strumento di analisi della società, che parte dal pretesto della credibilità dell’arte contemporanea per arrivare alla credibilità delle relazioni umane. Una commedia di scuola americana, che attinge al realismo per portarlo all’eccesso, attraverso l’esasperante incapacità di Serge, Yvan e Marc di ascoltarsi e accettarsi.

Interessante risulta anche la traduzione scenica di Alba Maria Porto, che traspone il gioco controverso di luce e oscurità emanato dal quadro sul rapporto dei tre amici in una scenografia che racchiude tre appartamenti in uno, i cui perimetri si illuminano quando l’azione si trasferisce al loro interno. Novanta minuti di montagne russe tra picchi di ironia e dramma, per un rapporto umano lungo quindici anni che si sgretola di fronte ad un bene materiale che non siamo capaci di incasellare.
Da leggere il testo e da vedere lo spettacolo.

Dario Del Vecchio

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