Recensione: “Arlecchino servitore di due padroni”

arlecchino servitore di due padroni
foto Bepi Caroli

Dal 28 gennaio al 4 febbraio è in scena al teatro Elfo Puccini di Milano “Arlecchino servitore di due padroni”, opera composta da Carlo Goldoni nel 1795 e oggi diretta da Valerio Binasco.

Sala piena per la prima milanese del riadattamento di quello che è uno dei capi saldi della commedia teatrale italiana. Binasco non ha deluso le aspettative di un pubblico divoratore di classici, alla ricerca di una certezza che già nel 2018 era stata data al Teatro Stabile di Torino, con il debutto del noto cast attoriale, interprete di questa conosciuta piéce, che nell’arco degli anni venne riproposta diverse volte da coloro che dei classici non ne hanno avuto mai abbastanza, tra cui Giorgio Streheler, che nel 1947 riprese la pittoresca maschera popolare di Arlecchino, modificando il titolo originario dell’opera: “Il servitore di due padroni”.

Ad oltre duecento anni di distanza dal primo debutto della commedia goldoniana, gli spunti creativi offerti dalle diverse arti performative sono stati molteplici, e di questo ne è stato senz’altro conscio Binasco, che ricorrendo all’esperienza come attore di cinema, ha inserito nell’opera elementi tipici della commedia cinematografica all’italiana, a partire da un forte cinismo di fondo che si ritrova nelle più disparate vicende che hanno coinvolto attori come Alberto Sordi e Totò nei loro film più celebri. L’Arlecchino di Binasco, è un uomo dal carattere sfaccettato, che non è più semplice maschera comica, uno Pseudolo plautino, ma diventa personaggio a tutto tondo, che oltre a combinare numerose peripezie, deve barcamenarsi tra degli equivoci, spesso da lui creati, cercando di cavarsela nel suo umile ruolo di servo, costituendo quello che potrebbe definirsi un riscatto sociale del proletariato.

La frizzante recitazione di Natalino Balasso nel ruolo dell’impacciato Arlecchino, accompagna per contrasto Elisabetta Mazzullo, che interpreta un’accorata Beatrice sotto le mentite spoglie del fratello Federigo Rasponi. Nella totalità, le interpretazioni enfatiche dei protagonisti, echi carnevaleschi di un radicato teatro popolare, suscitano molta ilarità e accompagnano per quasi tre ore il pubblico divertito. Le personalità dei singoli personaggi sono ben delineate dagli attori e si prestano adeguatamente al malinteso che fa da perno al racconto, dal quale scaturisce una lunga serie di incomprensioni che porterà spesso i personaggi a litigare e a riappacificarsi, creando degli intrecci sempre più ramificati, dei quali molto spesso Arlecchino è artefice inconsapevole.

A fare da sfondo alla narrazione, una scenografia curata, ricolma di dettagli color pastello. Semplici, ma ben studiati, gli ambienti di Guido Fiorato creano sul palco diversi luoghi separati, che permettono alla storia di scorrere in maniera fluida, sfruttando al meglio lo spazio. Anche i costumi, ideati da Sandra Cardini, corroborano le performance grazie alla loro accuratezza.

In una commedia così nota come “Il servitore di due padroni”, le tematiche da sviluppare certamente non mancano. Sarebbe stato interessante vedere un maggiore tentativo da parte del regista di attualizzare l’opera goldoniana, magari utilizzandola come spunto di partenza per trattare dei temi più scottanti e contemporanei, così da discostare maggiormente il proprio operato da quella che è una lunga tradizione di classici. L’apertura alla contemporaneità, possibile su più livelli, dalle dinamiche interne all’intreccio, ai caratteri dei personaggi, fino all’ammodernamento delle singole battute, potrebbe essere un buon modo per riproporre un’opera che, se non attualizzata, rischierebbe di risentire del peso dei suoi anni. Fare un passo in più verso la contemporaneità, potrebbe rivelarsi un buon appiglio nei confronti di un pubblico nuovo, giovane, immerso in un’attualità ben diversa da quella di Goldoni e che, vedendo un approccio conservatore dell’opera, potrebbe faticare ad immedesimarsi.

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