Recensione: “Antropolaroid”

antropolaroid
foto di Manuela Giusto

Nel sangue, nella terra, nell’aria che respiriamo, coesiste il passato, fatto della storia dei nostri padri, delle nostre madri, dei nonni e dei bisnonni. Chiunque abbia mai avuto la fortuna o la curiosità di conoscere la vita dei propri avi, sa che quello che noi siamo, i fantasmi che affrontiamo, sono strettamente legati alla storia che ci scorre nelle vene.
Tindaro Granata ci ricorda quanto è importante ricordare per poter affrontare e capire il presente, come le proprie sfide personali, con il suo spettacolo: Antropolaroid.
Spettacolo che ha praticamente lanciato la carriera dell’attore siciliano e che ormai è diventato un cult imperdibile.

Va in scena il 18 maggio 2019, esattamente a vent’anni dalla sua partenza dalla Sicilia con l’obiettivo di fare il lavoro dell’attore, nella coraggiosa rassegna Unplugged 4.0 gestita dalla compagnia Aia Taumastica presso l’auditorium Il Pertini di Cinisello Balsamo.
Omaggia i narratori dello Cunto Siciliano. Voce, corpo e l’essenziale in scena: una sedia e una stoffa bianca. Rievoca il racconto popolare di strada più semplice e allo stesso tempo il più potente. Uno spettacolo dei pupi senza i pupi. Come un mastro puparo infatti rievoca il suo passato, a partire dal suo bisnonno, facendo comparire e scomparire personaggi con cui immediatamente stringi un legame umano. La sua famiglia arriva da una terra povera, difficile. Nelle loro storie c’è quella del nostro paese al cubo. Con vizi e virtù. Straziante e bellissima la storia della nonna che libera sua madre da un destino che l’avrebbe distrutta. Com’era successo a lei.

Tutto parte e si chiude con la storia della sua famiglia che sembra imprigionata in un sistema che vuole che il povero, rimanga povero. Che non abbia speranze. Tra le storie travagliate e, al contempo comiche, spunta anche la mafia nel volto di Tano Badalamenti. Questa sfiora la sua famiglia creando sempre ricordi difficili da dimenticare ma non ci entra mai rimanendo come una presenza che aleggia nell’aria. Presente ma invisibile.
Come in “Cent’anni di solitudine” il passato, il presente e il futuro diventano tutt’uno. In qualche modo la scelta dell’attore decreta un riscatto sociale e umano di tutte le vite che gli scorrono nel sangue.

Sa commuovere e far ridere, stordire e stupire. Tindaro Granata domina questa storia e questi personaggi come se vivessero dentro di lui.
Una storia normale che ci sprona a lottare. Che ci ricorda che nulla arriva senza sacrificio e anche sofferenza. Alla fine gli unici a determinare chi vogliamo essere siamo noi.
Per lui è stato il suo sogno d’attore.
Antropolaroid è uno spettacolo che ti resta nel cuore, senza troppe sovrastrutture o concettualismi criptici da decodificare. Una storia forte e immediata a stretto contatto con il pubblico che difficilmente potrà non restarne rapito e coinvolto.
Perché nella sua storia c’è anche un po’ della nostra.

Michele Ciardulli

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