Recensione: “Antigone – Monologo per donna sola”

antigone

L’eterna eroina sconfitta rivive in Antigone. Monologo per donna sola, uno spettacolo dalle note dolci-amare portato in scena al Teatro Linguaggicreativi il 12 e 13 ottobre, dalla compagnia Anomalia Teatro.

Il testo, prodotto e interpretato da Debora Benincasa, si configura come la riscrittura in chiave attualizzante e tragicomica dell’opera di Sofocle: Antigone, condannata a vivere il resto dei suoi giorni in una buia grotta, tenta di superare il dramma della propria esistenza attraverso l’umorismo ma non può non emergere l’anima tragica che il personaggio ha inscritto nella sua natura. La ragazza ripercorre, così, la storia di una famiglia segnata dal fato, straziata dalla morte e dall’odio, che necessita di qualcuno che si arroghi il compito di custodirne la memoria e permetta la sopravvivenza dell’ultimo barlume di speranza: la possibilità di ritrovarsi di nuovo insieme, a camminare l’uno a fianco all’altro, dimenticate le sofferenze, per l’eternità. L’eroina decide quindi di sacrificare sé stessa e disobbedire alla legge del nuovo re di Tebe, Creonte, per dare degna sepoltura al fratello Polinice, accusato di aver tradito la città. Sceglie consapevolmente di morire per difendere la causa di un defunto, un atto giudicato da tutti sterile e folle, compiuto in parte per difendere gli antichi valori morali, in parte quasi per uno slancio suicida, un’innata tendenza all’autodistruzione.

Con una scenografia essenziale e la quasi totale assenza di musica, il monologo travolge lo spettatore senza scadere nella banalizzazione, anche grazie alla potenza recitativa di Debora Benincasa e alle scelte registiche di Amedeo Anfuso, in grado di spiazzare e coinvolgere il pubblico attraverso movimenti di scena caratterizzati da dinamismo e i repentini cambi di tono e registro. Fin dal principio appare chiara la scelta di prendere le distanze dal teatro classico: nessun maestoso anfiteatro sullo sfondo, nessun altro personaggio, nemmeno il coro, in scena, se non la protagonista, che rompe la quarta parete, dialoga e gioca con il pubblico, chiede consigli registici e invita a prepararsi psicologicamente alla crudezza e al dramma della tragedia greca. Tuttavia, rispetto a quanto dichiarato, la tragedia e i valori assoluti che veicola rimangono distanti, mentre il monologo di questa Antigone minuta e spettinata, conduce lo spettatore ad avvicinarsi sempre più a un personaggio con cui mai avrebbe pensato di entrare in empatia. Tralasciato il messaggio dell’opera sofoclea – lo scontro tra la legge mortale, fallibile dell’uomo e quella non scritta ma eterna degli dei – lo spettacolo si concentra sull’introspezione dell’“eroe bambina”, indifesa e forte, spaventata e risoluta nella sua scelta di morire, colta proprio nel momento prossimo alla sua fine. L’opera originale, così come la conosciamo, scompare in lontananza, tutto nasce e finisce con Antigone, con il suo punto di vista che non oltrepassa la scelta del suicidio: il pubblico non sa cosa accadrà dopo la sua morte, niente è importante se non l’individuo e la sua coscienza.

Così tra una risata e qualche lacrima appare più chiaro un particolare che sui banchi di scuola tende forse a passare inosservato: lei non è un eroe ma un’adolescente qualsiasi, senza doti straordinarie. Si assiste, così, al discorso di addio di una ragazzina sensibile, che saluta il mondo a modo suo, con ironia e distacco, con trasporto e serietà, mostrandosi vulnerabile, mentre, progressivamente, sprofonda sempre più verso un baratro di follia e la morte. Proprio la fragilità risulta l’elemento cardine del personaggio e, più in generale, del vero eroe, che, teso verso l’impossibile è inevitabilmente destinato a fallire.

Nel finale, senza musiche e spettacolari scenografie, Antigone acquisisce umanità e grandezza proprio perché rassegnata a soccombere: non è più solo l’eroina tebana ma la sintesi della tendenza autodistruttiva che porta l’individuo a scontrarsi con un avversario più forte di lui: da Caino, Isacco, Ettore, Don Chisciotte e Faust, all’uomo comune, chiuso nelle sue angosce e paranoie, costretto ogni giorno a scontrarsi con i propri limiti e le ingiustizie del mondo, sempre più debole ed esausto. Diventa allora confortante e quasi terapeutico riconoscersi in un personaggio sconfitto che, con l’autoironia e il sorriso a fior di labbra, esalta il fallimento e aiuta a riconciliarsi con il proprio “sacro poco”.

Angelica Orsi

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