Recensione: “Anna K”

anna k

Debora Virello rilegge Anna Karenina mettendo lo spettatore dinanzi ad un’eroina che si riscopre più contemporanea che mai. Ci pone davanti alla solitudine di una donna che subito ci meraviglia per la sua straordinaria normalità. Una persona ingabbiata in una quotidianità che la costringe a confrontarsi con suoi sbagli e i suoi fallimenti e che, nella logorante solitudine causata dal cercare di comprenderli, non ha più voglia di parlare. Forse perché ha parlato già troppo, senza riuscire a comprendere se il mondo circostante non sia stato in grado di ascoltarla, oppure se sia suo il demerito di non essere mai riuscita a trovare la modalità giusta per esprimersi. Decidendo quindi di metterci davanti al suo testamento.

Anna non parla più. Ma si fa osservare e si racconta con una carica poetica che solo nella rievocazione del ricordo riesce a trovare. Ci porta nel suo mondo, si spoglia davanti a tutti confrontandosi con l’immagine della lei passata, affinché le immagini e le reazioni che ne scaturiscono prestino voce ad un corpo che nel frattempo è cambiato, si è trasformato, inesorabilmente condizionato dal tempo che passa. Il pubblico viene provocato costantemente, ma con la dolcezza di chi cerca solo di rientrare nei ranghi dell’accettazione sociale, poiché probabilmente questo rappresenta per lei l’ultimo estremo baluardo per l’accettazione di sé.

È una continua ricerca di empatia in chi la osserva. Un disperato desiderio di essere compresa che talvolta le fa perdere il controllo, lasciandosi cadere in una frenesia artificiosa che sembra tendere ad una messa a nudo di sé e che ci renda partecipi del suo ultimo tentativo di trovare una mano tesa che possa salvarla dalle sue nevrosi e dalle sue fragilità. Non sembra cercare perdono. Non sembra cercare condanne.

Sembra, piuttosto, cercare un silenzioso incontro.

Ed è un momento di incontro quello che avviene sulla scena. Un punto di contatto che si rintraccia sul terreno del conflitto tra il desiderio e il dovere, tra il tempo perso a guardare serie su Netflix e vecchi film e il tempo che invece si vorrebbe riavvolgere per spenderlo diversamente,come si farebbe con una videocassetta o uno streaming.

Un conflitto che si muove anche nelle manie compulsive e nella voglia di trasgredire che sbucano all’improvviso, che arrivano veloci come un treno in corsa e che, come quello stesso treno, una volta passate non lasciano che la loro lontana eco e la sensazione strana di dover raccogliere i pezzi per rimetterli insieme.

Dario Del Vecchio

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