Recensione: “Anfitrione”

anfitrione

Un’incontenibile joie de vivre esplode sul palcoscenico in questo lavoro teatrale, che potrebbe essere un manuale scenico, una sorta di De architectura di vitruvuana memoria, in grado di costruire solide strutture portanti della comicità. La regista Teresa Ludovico ha il merito di scrivere idealmente, scena dopo scena, il secondo libro della Poetica di Aristotele, con buona pace del venerabile Jorge, verga un trattatello sul riso, e la comicità, in grado di funzionare con l’esattezza degli ingranaggi di un orologio svizzero. Asseconda la natura della commedia plautina riscoprendo filologicamente la genesi della risata, collocata sulle gioiose latitudini bassoventrali, fa riassaporare in platea quell’atmosfera di ebbrezza, fatta di risate timbrate, squillanti, godute fino all’ultimo sussulto diaframmatico, insomma di quel komos irriverente, allusivo, che accompagnava gli antichi cortei falloforici che festeggiavano la fertilità della terra.

In questa piece si dimostra decisamente che Talia non è figlia di una Musa minore, e gioca allegramente con lo spettatore coinvolgendolo in un girotondo visivo e fonetico in grado di mantenersi frenetico dall’inizio alla fine. Gli dei della vicenda, Giove e Mercurio, che per una volta disertano la tragedia per far allegramente cortocircuitare gli schemi della commedia, sono più vicini ai mortali della platea più della loro stessa giugulare, ne incarnano, ne sottolineano egoicamente i difetti, ne incarnano junghianamente le malattie, le nevrosi, come ci ricorda Hillman, fanno nell’eternità ciò che l’uomo fa nel tempo. Il Mercurio che apre la vicenda, un efficace Alessandro Lussiana, è una divinità en travestì, in perfetto equilibrio su irriverenti coturni dragqueeneggianti, riesce ad oliare con le consonanti liquide, ed i fonemi rubati ai più disparati idiomi ed ai vernacoli meridionali, il meccanismo della comicità.

L’idea di traslare la vicenda nel mondo fonetico dei dialetti del sud, in una Tebe grottescamente gomorreggiante, risulta vincente, e rappresenta il reagente in grado di potenziare la reazione chimico-teatrale. Il testo scenico è il risultato di un riuscito laboratorio di comicità, di un continuato labor limae di lazzi, battute, situazioni comiche, è un ragù partenopeo che “pippia” di suoni irresistibilmente comici, pronto per essere consumato da parte della platea. Giove, un ispirato Giovanni Serratore, si barcamena ottimamente tra i suoi appetiti satiriaci, si cala con piacere nei panni di Anfitrione diventando, nei suoi difetti, più umano dell’umano, e mette in scena un variegatissimo spettacolo di arte varia pur di assecondare io suo tarlo priapistico. Anfitrione, alias Michele Schiano di Cola, è un esilarante boss di queste cerimonie comiche, e porta con l’eleganza di Ollio, un ventre prominente, un’epa fanfarona e falstaffiana che si muove, s’agita, e si pavoneggia come l’attore evocato nel monologo macbettiano. Sosia, il servo di Scena, interpretato con forza da Michele Cipriani, regge i fili con maestria della propria marionetta stranita, del guappo di cartone, del matamoros improbabile, dello Scaramousche camorrista.

Alcmena, una viscerale Irene Grasso, riesce, con una gioiosa recitazione ventrale, che odora di sud, di salsicce, fegatini e viscere alla brace, a danzare idealmente una frenetica taranta nella liason con Anfitrione e con Giove. La serva Bromia, un’incisiva Demi Licata, riesce a far recitare efficacemente la sua fisicità importante da Demetra, da dea madre, e regala intense nuance al quadro generale della comicità, Una serie di specchi mobili, riuscita metafora del gioco sullo scambio di persona espresso nella commedia plautina, sembrano fatti apposta per declinare tutte le varianti scenografiche e rappresentano il doppio dei personaggi, l’impossibile ricerca identitaria che trova cittadinanza nell’immagine esterna, in un qualcosa che ci dice, ci racconta, ma che è irrimediabilmente altro da noi, e proprio per questo diventa terreno fertilissimo dove far attecchire il gioco teatrale. Come ricorda Kant, l’apparente similarità, uguaglianza della mano destra che vediamo nello specchio è smentita dal fatto di essere in realtà una mano sinistra così Anfitrione e Sosia specchiati, nella pagina drammaturgica, possono essere se stessi, ma in realtà sono Giove e Mercurio. La presenza in scena di un musicista rappresenta un valore aggiunto, il trombone, suonato da un bravo Michele Jamil Marzella, un ottone con suoni borbottanti e scanzonati, rappresenta la controparte melodica della fisicità dei personaggi, della loro vocalità materica, impastata con la loro carne.

Questo Anfitrione insomma è un treno lanciato a tutta velocità che non accumula neanche un istante di ritardo, ha in ogni sua battuta o gesto scenico l’impronta, l’odore di un divertissement, di un gioco scenico che coinvolge fin nel midollo tutti gli interpreti, decisamente impegnati con sforzo e sudore in questa palestra di comicità che genera in platea una risata generosa, catartica. Diviene una messa in ridicolo dell’umano giocato dai fili di un destino, alias divinità, alquanto capriccioso. Il finale allegramente circense, festosamente felliniano è il giusto epilogo, il traguardo di un lavoro teatrale in grado di ottenere, ad ogni scena la risata come l’inelubile deduzione algebrica del “due più due”.

Danilo Caravà

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