Recensione: “Amorosi assassini”

amorosi assassini

Venerdì 24 gennaio la suggestiva cornice di Après-coup ha ospitato Valeria Perdonò, accompagnata dagli incalzanti arrangiamenti di Marco Sforza. Il suo spettacolo, “Amorosi Assassini”, parte da un episodio di cronaca italiana, ossia l’orrore commesso da Bruno Carletti ai danni di Francesca Baleani. Il delitto risale al 2006: l’uomo, direttore artistico del Teatro Lauro Rossi di Macerata, dopo averla bastonata e strangolata, gettò il corpo dell’ex moglie in un cassonetto, pensando fosse morta. La donna si salvò, e Valeria Perdonò ci racconta la sua vicenda personale, emotiva e giudiziaria: a rincarare la dose di violenza ci ha infatti pensato la giustizia. L’arresto è avvenuto dopo quattro anni di processo: Bruno Carletti è stato condannato a otto anni, gli è stato riconosciuto il vizio parziale di mente e la riduzione di pena per il rito abbreviato e attualmente ha finito di scontare la sua pena. Alla donna è stato riconosciuto un risarcimento che non è arrivato. L’attrice ci espone tutto questo con chiarezza e amara ironia, occupandosi di quello viene definito “un caso di violenza borghese”: a dimostrazione che la violenza non ha portafoglio o classe sociale.

Il suo testo prende forma da un’evidente e meticolosa ricerca documentaria dei casi di femminicidi e femmicidi: ma i dati dialogano anche con le immagini, con scene di vita e di violenza, con le pagine di diario di Francesca, con il monologo comico, il cabaret e la musica. Tanti sono i registri, quanti i risvolti del sessismo che l’attrice analizza. Ma in primis, la strumentalizzazione del raptus e dell’incapacità di intendere e volere in casi di violenza di genere: crimini che sono invece animati da precisi intenti e da capacità di calcolo degli ipotetici rischi. Ma si mette l’accento anche su quali notizie circolano rispetto ad altre: ci viene citato quando un singolo caso di mutilazione sessuale maschile, nel 1993, fece scalpore, a dispetto del fatto che il fenomeno della mutilazione genitale femminile non si sia ancora arrestato in Europa – nonostante sia una pratica condannata – e che il fatto si perda nell’oblio .

L’autrice cita un importante e non trascurabile paragone: la differenza tra lo stato reale e quello del dibattito politico. Basti dare un occhio ai dati ISTAT del 2018 che prende in considerazione gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale. Eppure, come ci ricordano anche dopo lo spettacolo, il testo della convenzione di Istanbul – ossia la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica – è stata approvato in maniera unanime dalla Camera anche in Italia, nel 2013, con 274 voti favorevoli (e un astenuto).

Valeria Perdonò cerca infatti il dialogo non solo tramite le parole del suo spettacolo e il suo impegno sociale, ma anche a recite concluse, lasciano al pubblico delle poesie di autrici italiane da pescare, in ricordo del loro contributo. “Amorosi assassini” è una creatura curata, che ci tende la mano e il suo punto di forza è la comunicazione: tutto ciò è perfettamente coerente con la rassegna della quale fa parte, “I talenti delle donne”, palinsesto cittadino di quest’anno. Ci porta la testimonianza di una sopravvissuta, di una donna che non ha smesso di cercare giustizia e continua a donare sostegno a chi ne ha bisogno, che ha donato la sua storia a un pubblico, nel tentativo di dare un contributo civile, a partire da un momento storico in cui il dibattito televisivo attorno al tema della violenza domestica e di genere non era ancora così presente come negli ultimi anni. Francesca Baleani ha infatti sostenuto le spese mediche, dopo i primi tre mesi di convalescenza, da sola, per poi riprendere a lavorare: e ancora molto c’è da fare, a livello giudiziario, per i risarcimenti alle sopravvissute e agli orfani, che o non arrivano, o sono irrisori.

Questo one woman show ci fa riflettere sui fatti – come quello che il delitto d’onore sia stato abolito solo nell’ ’81 – ma analizza anche quanto le parole siano una cartina tornasole di un atteggiamento civile, sfondando spesso la quarta parente e dialogando direttamente con l’attento pubblico di Après Coup. Ritroviamo così i segni di precisi impliciti sociali nei detti popolari, nei modi di dire, nella scelta di certi lemmi a dispetto di altri, errati, usati solo perché normalizzati. La sequenza si lega con maestria a quanto queste presunzioni abbiano delle conseguenze contingenti: nell’omertà degli ambienti familiari, sull’ossessione generale rispetto al corpo femminile. Che deve essere bello, giovane – sempre – ma allo stesso tempo è condannato per essere tale, stigmatizzato e sempre oggetto di retropensiero.

Valeria Perdonò ci fa ridere e sconvolgere, lasciandoci la scia materiale e ideale del suo spettacolo, che si conclude sulle note spezzate di “Un uomo e una donna” di Gaber, un’amara poesia che, nell’orrore quotidiano, si conclude con un sospeso “e poi”.

Irene Raschellà

 

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