Recensione: “Amleto” di Michele Sinisi

amleto di michele sinisi

AMLETO e l’eterna rappresentazione

È sotto l’egida di un classico, o meglio della rilettura di un classico, che il Teatro Sala Fontana inaugura la stagione 2018 / 2019: nella suggestiva cornice dei chiostri bramanteschi di Santa Maria alla Fontana, Michele Sinisi porta in scena il suo riadattamento dell’Amleto di William Shakespeare.
La tragedia di Amleto è di fatto riconosciuta come l’opera teatrale per antonomasia e tutti, bene o male, conoscono la sventurata vicenda del principe danese. Per questo motivo la sfida che si pongono i teatranti quando si confrontano con questo dramma universale è di riuscire a svelare una sfumatura nuova, una prospettiva inedita, una suggestione inesplorata del capolavoro shakesperiano.

Sono tante le versioni che negli anni si sono susseguite con questo intento, più o meno fedeli al testo originale, con lo stesso numero di personaggi (ben 27) o riduzioni, in “costume” o minimali ed essenziali, attualizzando, modificando, ribaltando i punti di vista…

Michele Sinisi (classe 1976 di Andria, fondatore di Teatro Minimo, collabora da qualche anno con il Centro di produzione Elsinor) supportato nella riscrittura da Michele Santeramo, intraprende il percorso del monologo, un soliloquio dove però riecheggiano tante voci: Amleto, completamente solo in scena, racconta la propria storia non solo citando le proprie battute ma dando parola ai personaggi principali come fosse un attore che recita anche le altre parti, smontando e rimontando il testo del Bardo in una nuova drammaturgia in cui la rappresentazione si dilata e assume nuove sfaccettature.

Come viene spiegato nel libretto di sala “Amleto contiene nella sua testa la memoria fastidiosa di tutti. Polonio, Re Claudio, Ofelia, Laerte, la madre Gertrude, l’attore della compagnia girovaga: tutti assenti”. Sono le sedie bianche pieghevoli con i nomi degli altri personaggi a testimoniare il vuoto lasciato da loro e, attraverso un linguaggio simbolico (le sedie chiuse di scatto, il fiore sulla sedia / tomba, l’acqua del vaso che si rovescia per terra e in cui “annega” Ofelia), Amleto ricostruisce i fatti in maniera ossessiva e ossessionata, costretto tragicamente a dover risolvere la propria storia da solo. Con il viso cosparso di biacca e il costume nero elisabettiano (i costumi sono a cura di Luigi Spezzatatene) come fosse vittima di una maledizione Amleto resta fisso nel proprio tempo e nella propria tragedia, impegnato senza possibilità di assoluzione a ripetere all’infinito le esistenze degli altri. Li chiama, li interroga, li evoca, li provoca, urla, sussurra, si dispera ma nessuno risponde in questo dialogo impossibile, dunque si addormenta appoggiando la testa su un cuscino rosso, pronto a riprendere la rappresentazione eterna in cui non riesce a trovare pace né risposte al proprio dramma.

Amleto è attore e anche regista di se stesso, dando lui stesso il via con un lettore cd alle poche musiche che accompagnano la rappresentazione («Una furtiva lacrima» dall’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti descrive Ofelia e il suo «morire d’amore»), ma è soprattutto il silenzio che circonda Amleto a riempire la scena e a far percepire in maniera palpabile la solitudine che lo soffoca. L’unica possibilità che gli resta è parlare e far parlare gli altri, cercando di dimostrare a se stesso la propria esistenza senza però averne effettivamente una prova.

«La parola, in scena, è l’amica principale, quella con cui ho l’intimità maggiore» afferma Michele Sinisi ed effettivamente nella costruzione di questo spettacolo essa è il mezzo concreto con il quale Sinisi dà vita ai fantasmi e agli incubi che tormentano Amleto. Tramite pochi gesti essenziali e un uso articolato della voce, Sinisi ci racconta di un Amleto “un po’ clown metafisico, un po’ tragico pagliaccio, lambito dalla follia, se non perso” (così lo descrive in una recensione Magda Poli), costretto a rivivere per sempre in quanto “personaggio classico” la sua eterna irrisolutezza, sofferenza e dannazione.

Quale considerazione possiamo perciò offrire di questa versione dell’Amleto? Così risponde la scheda di presentazione dello spettacolo: “Quella di Amleto è una tragedia che sfugge alle analisi o che le accetta tutte mentre racconta di un uomo che rifiuta tutto. Rimane il mistero di un essere umano chiuso in una stanza, assillato da ricordi e immagini da cui non vede l’ora di liberarsi. L’intensità favolosa delle sue utopie che non riesce a sostenere.” Il senso della vita continuerà a sfuggirgli, a lui come a tutti noi. Che dire ancora? “Tutto il resto è silenzio”.

Beatrice Marzorati

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