Recensione: “Aminta”

aminta

“[…] Le parole sono per me corpi tattili, sirene visibili, sensualità incorporate. […] mi fanno formicolare tutta la vita in tutte le vene, mi fanno infuriare, tremante e quieto per il piacere irraggiungibile che sto provando.” Così Ferdinando Pessoa descriveva il suo amore per le parole e l’ambigua lussuria che deriva dal tentare di padroneggiarle e non sentirsi davvero all’altezza. È questa, forse, una delle sensazioni che catturano lo spettatore de l’Aminta di Tasso, con la regia di Latella: il piacere di ascoltare parole d’un tempo che ci è padre lontano, susseguirsi rapidamente sulle lingue degli attori, e la frustrazione di scoprirci figli incapaci di afferrarle, queste parole, o meglio di trattenerle.

L’Aminta è una favola pastorale composta da Torquato Tasso nel 1573 che vede l’eponimo pastore innamorarsi e perdersi per una ninfa mortale, Silvia, che lo rifiuta finché lo crederà morto a causa del suo diniego. Fanno parte del componimento poi altri personaggi più o meno decisivi, tra cui Dafne, amica di Silvia, Tirsi, compagno d’Aminta, e un Satiro. Il mondo delineato è in realtà lo specchio del Ducato di Ferrara e le conversazioni che scaturiscono dalle vicende, oppure esse per prime creatrici di eventi, ruotano attorno alle declinazioni dell’amore variamente concepito, secondo i dubbi e le tensioni che agitavano l’animo del Tasso, per quanto ritenuto dalla critica.

Il lavoro condotto da Antonio Latella con la Compagnia stabilemobile è stato elaborato in residenza a Esanatoglia, nella provincia maceratese ferita dal terremoto, all’interno del progetto di rinascita culturale post-sisma, targato MiBAC e Amat. Vi è, nell’operazione registico-drammaturgica, l’evidente volontà di un recupero di ciò che è perso nel tempo pur essendo saldamente collocato, la nostra cultura, la nostra lingua disciolte in parole e relazioni liquide, erose nel valore dal progresso sfrenato. È la sensazione di essere su una stessa terra ma divisi da uno squarcio nel terreno, ascoltare le parole del Tasso dominare lo spazio e il tempo per 115 minuti quasi ininterrottamente, apparentemente sopite solo dagli inserti musicali (Rid of me di P.J. Harvey e Vitamin C dei Can) che sanno non di rottura bensì di collegamento armonico, ponte vibrante sull’abisso. La terra trema, crollano palazzi, si crepano i muri, il silenzio domina lo spazio liminare tra ciò che è stato (distrutto) e ciò che non è più (nostro). Poi la vita riprende, o forse non si arresta mai, e insieme a lei andiamo avanti anche noi, tastando il terreno con incertezza, per un po’, finché dimentichiamo la preoccupazione e impostiamo nuove modalità d’esistenza. Siamo programmati per resettare e ripartire, ridotti oggi ad essere estensioni dei nostri aggeggi tecnologici e non viceversa. La nostra cultura, in quanto nostra, italiana, è da sempre terra sismica soggetta a scosse costanti e rivoluzioni che squarciano un tratto per poi superarlo e così via, fino al contemporaneo mondo delle reti sociali, dei contatti fantasmatici, dei luoghi virtuali, in cui le nostre dita, che sono il nostro parlare, si muovono forse più veloci delle parole del Tasso, di cui non udiamo neanche più l’eco, la cui memoria ci è a portata di “tasto” ma siamo eredi ingrati, testimoni ormai orbi non solo nei confronti del passato a noi più vicino, ma soprattutto delle tracce di quello più lontano.

I quattro attori (Michelangelo Dalisi, Matilde Vigna, Giuliana Bianca Vigogna ed Emanuele Turetta) sembrano manifestare con i movimenti del corpo il lento e secolare processo di “disfacimento” della cultura mentre le loro lingue, in accordi ritmici con le labbra e il fiato, procedono vorticosamente a rappresentare, probabilmente, l’estrema velocità del tempo odierno, delle modalità con cui lo esauriamo e delle parole che usiamo come razzi impazziti piuttosto che come frecce ben direzionate. Modulano l’intensità e il ritmo delle interpretazioni in maniera estremamente densa e al contempo distaccata, come testimoni, come ammonitori.
La drammaturgia è evidentemente centrata sulla parola e sulla sua potenza, che monopolizza la nostra attenzione solo raramente direzionata dall’udito alla vista, quando nel gioco di luce ed oscurità, delle mani scoprono un corpo e modellano figurativamente un San Sebastiano a metà tra l’innocenza femminea e la lussuria satiresca. Il nostro sguardo viene sollecitato poco a favore di uno stimolo costante all’ascolto, a ricordarci che nella società della mostrazione famelica, rischiamo l’atrofìa degli altri sensi che insieme, solo concertisticamente adoperati, ci permettono un contatto con l’altro nei tre tempi agostiniani: il presente del passato (memoria), il presente del presente (visione) e il presente del futuro (attesa). Perché senza cognizione del Tempo, rischiamo di sprecare lo Spazio, di barcollare tra i vuoti dell’incertezza, dell’ignoranza.

L’Aminta è uno spettacolo che procede, forse, per contrasti: rapide le articolazioni verbali e lentissime quelle fisiche; parole dalla tagliente musicalità e musica visceralmente umana, sillabe ordinatamente cantate e voci melodicamente straziate, deformate.
Al di là del gusto, dell’emozione, lo spettacolo di Latella assolve ad un compito precipuamente teatrale: stimolare la riflessione, anzi forzare, quasi costringere. Può ancora toccarci la Storia, detta Cultura, proferita in parole astruse, antiche, meravigliosamente nostre? Può ritagliarsi uno spazio nel presente mediatico e mediatizzato? E ancora, ci sarebbe da considerare se l’emozione in Teatro stia più nell’immediatezza che nella complessità, nella semplicità più che nel meccanismo e tutta una serie di altre questioni che non solo tengono in vita il Teatro, ma l’interesse a sedersi e affrontarlo, questo palco-mondo e Latella, come sempre, centra tale obiettivo.

Giuseppe Pipino

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