Recensione: “Amati enigmi”

amati enigmi
foto Salvatore Pastore

Licia Maglietta, con indosso uno splendido e scintillante abito da sera, è seduta di fronte al pubblico del Teatro Franco Parenti. Lo spettacolo da lei scritto e inscenato è Amati Enigmi, tratto dall’omonimo romanzo di Clotilde Marghieri, che l’ha portata a vincere nel ’74 il premio Viareggio. Autrice che meriterebbe di essere conosciuta meglio, sia come giornalista donna sia come romanziera del primo ‘900.

Amati Enigmi ha due soli protagonisti, il monologo della drammaturga partenopea e l’accompagnamento musicale del mandolino di Tiziano Palladino. Lo spazio scenico è completamente libero, adornato esclusivamente dal gioco delle luci e dal mirabile risultato che ne viene reso. L’effetto complessivo della scena è infatti singolare quasi onirico, come se il tempo e lo spazio dello spettacolo fossero annullati nel solo momento di esposizione dell’attrice, presente e passato eclissati in un’atmosfera surreale nel monologo della protagonista. D’altronde, vero punto fermo dello spettacolo della Maglietta sembra essere il tempo.

Amati Enigmi è un tirare le somme di un tempo andato, un’analisi profonda dell’io nella quale la protagonista più che parlare con Jacques, fittizio interlocutore del romanzo epistolare della Marghieri, dialoga con una se stessa forse più vera, quasi una seconda persona distante da quella che fu nel passato. Il tempo sembra diventare un espediente di verità, una possibilità per raccontare e raccontarsi in maniera più pura, liberandosi dalla commedia che talvolta viene recitato nel corso della vita. Per questo non conta più parlare dell’esistenza in termini cronologici, i giorni e i momenti passati vengono riletti dai diari della protagonista a pezzi e bocconi, e pagine sparse di un tempo andato vengono strappate senza rancore.

Il monologo di Licia Maglietta è ora letterario ora ironico ora malinconico, la sua arte recitativa è inebriante ed elegante, e la sua voce si accompagna, sposandosi con garbo, alle note del mandolino. Il registro drammaturgico e l’intera pièce dell’attrice partenopea sembrano porsi nella forma di un ricco dialogo che ognuno può fare con se stesso, non tanto perché curiosi di riflettere attorno al tempo della nostra vita, piuttosto perché gli amati enigmi protagonisti del lungo corso hanno infine la possibilità di sbrogliarsi nella purezza del tempo, e ciò che ne esce è una poesia dedicata alla libertà più che alla malinconia. Sembra infatti una lunga poesia quella messa in scena dalla Maglietta, che rappresenta la volontà di ritrovare la parte più pura di sé in un moto continuo che da lei viene raccontato così: “che fatica, che coraggio riscoprirsi”.

Chiara Musati

2 Commenti

  1. Il testo è stato rivisto da Licia Maglietta, lo dico perché ho il libro di Clotilde Margheri. Operazione brillante e ben riuscita! Spero di potere leggere anche questo così comel’attrice- autricelo ha recitato. A chi mi rivolgo per piacere?

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