Recensione: “Alice”

Sedendosi in platea può accadere di scoprire che il Paese delle meraviglie è diventato una contemporanea cage aux folles, dove ci sono alcuni Artaud, con il rimmel impastato di lacrime, che cercano di farla finita con il giudizio di dio, indossando orgogliosamente il loro personalissimo berretto a sonagli. La tana del bianconiglio diventa una cave parigina che profuma di arpege ed esistenzialismo, e non importa quanto sia profonda, ma il fatto stesso di cadere, o meglio di ac-cadere, magari su un palcoscenico, con una parrucca ed un trucco pesante.

Questa Alice, cromosomata xy, viaggia oltre lo specchio della propria identità di genere, mandando a quel paese la logica aristotelica del tertium non datur, ed indossa faticosamente un paio di tacchi 12 per imparare ad incedere, con la perizia dell’equilibrista, tra il sartriano essere e nulla. L’operazione del regista Massimiliano Burini, che è anche co-autore del testo insieme a Daniele Aureli, è stata quella di declinare la favola carroliana nel mondo en-travest,i dove l’io è una lama che ha un filo filosofico affilatissimo, con cui tagliarsi è un attimo. Tutti i personaggi trasudano anima da tutti i pori, la lasciano come un umore scomodo e odoroso sui vestiti da donna.

E’ fatale che questa Alice incontri un gruppo di drag queen che strepitano come la regina di cuori, vorrebbero far tagliare la testa al mondo, e forse vorrebbero tagliarla a se stessi, per lasciare cadere la testa di Cartesio nel cesto della ghigliottina. La scena ha come punto di fuga una lunga teoria di abiti, simulacri di un’identità cercata ed insieme negata, metafora potente ed efficace di quell’uno, nessuno e centomila che s’agita e s’affanna nell’umana coscienza. Anche questa storia ha il suo Caterpillar che fuma il suo essere con studiata indolenza, lasciando che la cenere della verità sporchi le tavole del palcoscenico, mentre il cappellaio matto è una drag che ha unghie abbastanza affilate per lacerare la pelle dell’anima. Il coniglio è una presenza invisibile, l’hitchcockiano espediente MacGuffin per dare la possibilità ad Alice di raggiungere il Paese delle meraviglie. In compenso c’è un Bunny Bell, una drug dall’accento marchigiano che filosofeggia con la leggerezza della piuma di un boa di struzzo. All’appello manca solo una Queen, dall’accento Veneto, che forse è cosciente, come l’Anzoletto goldoniano, che la platea sta assistendo ad una delle ultime sere di carnovale.

Tutti gli interpreti riescono a farsi recitare dagli altri, a farsi contaminare per osmosi psichica, emotiva, dai toni, dai sottotesti dai loro compagni di palcoscenico. Riescono a sfregare le corde di un violoncello di pancia, e ci cavano fuori le note di una passione bachiana che provocano piacevoli vibrazioni al bassoventre dell’anima. Ognuna di queste drag queen rappresenta evidentemente un diverso ubermensch, un oltreuomo che farebbe rizzare i folti baffi a Nietsche, ma che riesce a travalicare i generi e trovare nella maschera glitterata, volutamente carica, scientemente oltre, i lampi di luccicanza dell’essere umano, quella verità talmente sottile da durare il tempo di uno sguardo accecato dai fari da 1000 o 2000, e viene da domandarsi, come il sognatore delle notti bianche, se questo istante di teatrale soddisfazione è forse poco nell’intera vita di uno spettatore. E’ un viaggio di un’ora quello di Alice, tuttavia vale un’intera esistenza, ogni fonema ha la gravità di una pietra che fa necessariamente rumore ogni volta che batte sul palcoscenico. I fraseggi partono con la levità giocosa di un’opera mozartiana e terminano in minore, diventano note sostenute, vibrate che puzzano finalmente di verità e fatica del vivere, che si impasta fatalmente con quella del recitare. La scena della vestizione della protagonista è un rito di passaggio necessario, un travaglio del negativo, una sintesi hegeliana tra il maschile ed il femminile conquistata con fatica. Si assiste al parto difficile, podalico, di una coscienza di sé, in cui le altre drag rappresentano le altre voci di un concerto sinfonico tutto interiore.

Il regista ha giustamente timbrato e grassettato questo istante, così come ha saputo cogliere l’occasione di saper vedere nel mondo del travestitismo un efficace laboratorio della coscienza in cui cercare di ottenere il distillato di uno spirito umano, del proprio sé. Più crudele e spietato di Freud, più sofisticato del pensiero lacaniano, l’universo delle drag queen non fa sconti al mondo di dentro, e lo pesa sulla bilancia del giudizio, usando il cuore, sdrucito come i vestiti di scena, per contrappeso. Hanno lacrime asciutte queste creature, gocce che stanno al di qua dei loro occhi, ma che danno una nuance liquida alla loro vocalità. Sarà per questo che Alice, nel finale, è idealmente fotografata dal regista con la musica del “Lascia ch’io pianga”, una voce da contralto, ibrida né totalmente maschile, né interamente femminile,la quale lascia come una voglia di salsedine sulle guance, in palcoscenico, ma anche in platea.

Danilo Caravà

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*