Recensione: “Afghanistan”

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foto Laila Pozzo

Raccontare a teatro la storia dell’Afghanistan e del suo complesso rapporto con l’Occidente a partire dal 1842 fino ad oggi? Sì, è possibile grazie all’ambizioso progetto messo in atto dal Teatro Elfo Puccini con i due spettacoli Il grande gioco ed Enduring Freedom in scena fino al 25 novembre, con l’opportunità nelle giornate domenicali di assistere ad entrambi in “maratona”.

Decisione impegnativa, non soltanto per la durata totale delle due rappresentazioni ma anche per la materia difficile sviscerata nel corso dei dieci quadri complessivi che indagano una delle questioni sociopolitiche più travagliate, e sconosciute, della Storia contemporanea. Sta proprio nella complessità del tema trattato una delle principali ragioni di interesse per questo evento, unitario e articolato allo stesso tempo, difficile da sintetizzare proprio come è impossibile definire in poche parole la storia afghana evitando superficialità o approssimazioni. È l’anima affascinante ed irresolubile dell’Afghanistan: incontro – scontro tra culture differenti, manovre politiche e manipolazioni mediatiche, ingerenze internazionali e lotta per l’indipendenza, dittatura e libertà, tragedie individuali e di massa che riguardano sia afghani che occidentali ad ogni livello sociale, errori e colpe mai ammessi di cui tutti sono in qualche modo responsabili, un’attualità problematica contaminata da fatti accaduti ormai due secoli fa, un futuro ignoto che già stiamo cercando di dimenticare.

Commissionato e prodotto nel 2009 dal Tricycle Theatre di Londra, cioè la più grande officina di teatro politico inglese, l’evento riscosse un notevole successo da parte del pubblico e della critica (in scena per oltre tre mesi, il Daily Telegraph lo collocò senza mezzi termini “in cima alla lista dei migliori spettacoli dell’anno”). Il progetto prevedeva 13 stazioni teatrali, affidate ad altrettanti autori – tra i migliori attivi in quel momento – sostanzialmente suddivise in tre capitoli: “Invasione e Indipendenza 1842 – 1930”; “Il Comunismo, i Mujahideen e i Talebani 1979 – 1996”; “Enduring Freedom” 1998 – 2010″. Questa interessante operazione culturale è stata riproposta nel 2017 in versione italiana (traduzione di Lucio De Capitani) dal Teatro Elfo Puccini, in linea con la ricerca sulla drammaturgia anglosassone che sta portando avanti da alcuni anni, in coproduzione con Emilia Romagna Teatro Fondazione, in collaborazione con Napoli Teatro Festival e con il sostegno di Fondazione Cariplo. Dopo la precedente fortunata edizione, quest’anno ne viene quindi presentata la ripresa (in tournée pure a Roma, Bologna e Modena) sempre con la regia di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani. In questo caso, i diversi quadri sono stati raggruppati in due parti: ne Il grande gioco sono confluite le storie che narrano le vicende dal 1842, anno della prima guerra anglo-afghana, fino al 1996 quando Najibullah, ultimo presidente della Repubblica Democratica dell’Afghanistan, viene assassinato nel palazzo dell’ONU dove si è rifugiato (in pratica i primi due capitoli della versione inglese), mentre in Enduring Freedom ci si concentra sulle contraddizioni della storia più recente dall’ascesa dei terrorismo di matrice islamica alla tragedia dell’11 settembre con le implicazioni che ne sono derivate. I rapidi passaggi spazio-temporali tra una scena e l’altra sono aiutati da una scenografia essenziale ed evocativa concepita da Carlo Sala, per cui spostando e/o aggiungendo pochi elementi ed oggetti e tramite l’uso di tendaggi e teli bianchi o beige è possibile ricreare in pochissimo tempo un ambiente naturale come quello del deserto piuttosto che un ufficio in un palazzo occidentale o il bunker dell’ONU; le tonalità chiare agevolano sia l’uso di varie proiezioni durante le scene (ad esempio il cielo stellato o le dune del deserto o il panorama da una finestra di Londra o i tappeti ed arazzi della tenda di un emiro o una clip delle Spice Girls) sia l’illusione della sabbia fine e ondulata del deserto. La quinta laterale sinistra è posta in diagonale, determinando una scena asimettrica e giochi di prospettiva che sono tipici delle produzioni dell’Elfo. Ai cambi di ambiente corrispondono anche i suggestivi cambi luce a cura di Nando Frigerio: si alternano le luci calde e soffuse delle giornate afghane a luci più fredde per la notte, magari con il riflesso della neve, piuttosto che il fascio di luce che entra dalla porta aperta della casa del soldato rientrato in patria o le luci sagomate che ricordano le ombre delle tende alla veneziana (il tutto con l’attenzione a non “sporcare” le proiezioni). Tra un quadro e l’altro, mentre avvengono in silenzio i suddetti cambi scena, gli accurati video di ottima qualità realizzati da Francesco Frongia aiutano lo spettatore a ripercorrere la storia dell’Afghanistan e ad avere qualche informazione in più per poter comprendere meglio ciò che presto verrà narrato in scena. Gli effetti sonori curati da Giuseppe Marzoli sono fondamentali durante questi video e nei momenti di passaggio e/o chiusura tra le scene, ma anche durante lo svolgimento dei diversi atti in maniera più discreta supportano le varie ambientazioni oltre ovviamente a riprodurre ciò che è richiesto dalla drammaturgia (lo squillo delle trombe, il ruggito del leone); è interessante che nell’ultimo episodio di Enduring Freedom alla voce degli attori sia in principio sovrapposto un effetto di eco e riverbero, una situazione irreale, un sogno lontano. In tutto questo avvengono anche dei drastici cambi temporali, supportati dai costumi – a cura sempre di Carlo Sala – che ci descrivono epoche e mode che evolvono e la trasformazione che l’Afghanistan attraversa a livello culturale e sociale (dalle giubbe rosse dei soldati inglesi agli abiti di gusto occidentale, la modernizzazione e le minigonne, le divise dei gerarchi, il regime austero dei talebani); i tocchi di rosso, verde e blu che contrastano con il beige e il color seppia o il nero conferiscono all’insieme un interessante equilibrio cromatico.

Entrando nel merito invece degli specifici quadri, è necessario distinguere tra i due spettacoli. Le cinque storie che compongono Il grande gioco sono:

• TROMBE ALLE PORTE DI JALALABAD di Stephen Jeffreys
Nel 1842, lungo le mura della città di Jalalabad, alcuni soldati inglesi sono di guardia nella notte sperando di avvistare qualche superstite della Grande Armata dell’Indo ma da loro riuscirà ad arrivare un solo sopravvissuto.

• LA LINEA DI DURAND di Ron Hutchinson
L’emiro Abdhur Raham e Sir Henry M. Durand nel 1893 si incontrano per discutere la proposta inglese di tracciare un confine tra l’Afghanistan e l’India Britannica.

• QUESTO È IL MOMENTO di Joy Wilkinson
Amannullah Khan, re dell’Afghanistan dal 1919 al 1929, la regina Soraya Tarzi, suo padre Mahamud Tarzi, amico e consigliere di Amannullah, e il loro autista sono in fuga verso l’Europa.

• LEGNA PER IL FUOCO di Lee Blessing
Il direttore della CIA a Islamabad e il direttore dell’Intelligence del Pakistan discutono la fornitura di armi ai capi tribù afghani che combattono i sovietici. L’americano dubita sia la scelta giusta…

 MINIGONNE DI KABUL di David Greig
Najibullah, ultimo presidente della Repubblica Democratica dell’Afghanistan, si trova nel palazzo dell’ONU mentre la città è assediata dai Talebani. Una giornalista chiede di incontrarlo.

Gli attori che partecipano a questi quadri sono Claudia Coli, Michele Costabile, Enzo Curcurù, Fabrizio Matteini, Michele Radice, Emilia Scarpati Fanetti, Massimo Somaglino ed Hossein Taheri. La loro abilità sta nel trasformarsi rapidamente per interpretare personaggi differenti nelle diverse scene adottando anche stili e registri vari tra loro (il linguaggio militaresco di Trombe alle porte, la storia e le implicazioni tecniche e filosofiche de La linea di Durand, il melodramma noir di Questo è il momento, la spy story da Guerra fredda di Legna per il fuoco, l’inchiesta immaginaria di Minigonne di Kabul).

Un impegno analogo è richiesto anche nell’altro spettacolo Enduring freedom, dove non si verificano grandi passaggi temporali come ne Il grande gioco ma si analizzano le diverse sfaccettature della stessa, grande tragedia che riguarda molto da vicino il nostro presente. Interpretati efficacemente da Claudia Coli, Michele Costabile, Enzo Curcurù, Alessandro Lussiana, Fabrizio Matteini, Michele Radice, Emilia Scarpati Fanetti, Massimo Somaglino, Hossein Taheri e Giulia Viana, gli atti unici di Enduring freedom sono:

• IL LEONE DI KABUL di Colin Teevan
Nel 1998, nello zoo di Kabul, la direttrice operativa di un’agenzia ONU chiede al mullah talebano Khan informazioni sulla sorte di due suoi collaboratori scomparsi. Non solo saranno evidenti le contraddizioni dell’ONU, ma le due posizioni appaiono ormai lontanissime e inconciliabili.

• MIELE di Ben Ockert
Il comandante Massud, il leone del Panshir, si incontra con l’agente della CIA impegnato a recuperare tutti i missili Stinger che gli Stati Uniti avevano fornito ai Mujahidin. Il comandante tenta di ottenere appoggio dagli americani allontanandosi dai Talebani, ma il suo sogno è destinato al fallimento.

• DALLA PARTE DEGLI ANGELI di Richard Bean
Ambientato tra Inghilterra e Afghanistan, i rappresentanti di un’associazione umanitaria litigano tra loro: fino a che punto si è disposti a collaborare con i Talebani e a quale prezzo?

• VOLTA STELLATA di Simon Stephens
Un sergente insieme al suo sottoposto sta attendendo di uscire in missione e ragiona sul senso del suo operato. Rientrato in Inghilterra, il sergente si scontra con la moglie che gli rinfaccia le contraddizioni del suo sentirsi “eroe”.

• COME SE QUEL FREDDO di Naomi Wallance.
Due giovani sorelle afghane (la più piccola con il burqua) stanno attendendo un taxi che le porti in aeroporto, da dove fuggiranno in Inghilterra. Nel frattempo compare un giovane soldato americano, confuso, che cerca di ricordare dove ha già incontrato le due ragazze.

Se quindi ne Il grande gioco (espressione effettivamente coniata da un colonnello britannico per definire il conflitto durato tutto il XIX secolo tra il Regno Unito e la Russia per ottenere il controllo del Medio Oriente e dell’Asia Centrale) è evidente come l’Afghanistan, come una pedina sulla scacchiera, sia vittima delle strategie militari e politiche guidate dalle grandi potenze, dai corpi diplomatici e i servizi segreti fino poi ad arrivare ad una tensione insostenibile, in Enduring freedom ci si rende conto che nessuno può uscire vincente da questa guerra. Muoiono gli afghani, gli operatori umanitari, i capi, i soldati, i giovani: resta solo il cinismo per provare a proteggersi. L’emiro Abdhur Raham lo aveva predetto a Sir Durand già nel 1893: “non cercate di forzare il mondo in una forma che non può prendere”, la linea con il quale ci si illude di poter dare ordine al mondo, magari dividendo buoni e cattivi, è fittizia e forriera di ulteriori violenze. Ancora oggi, infatti, si sta pagando la presunzione degli occidentali e degli stranieri (inglesi, russi, americani…) che hanno creato una bomba senza essere in grado di disinnescarla. I tanti sogni, le aspirazioni e le speranze coltivate nel corso del tempo sono svanite in un futuro incerto che assomiglia molto di più ad un vicolo cieco o meglio a una tomba che non risparmia nessuno, soprattutto i più giovani.

Non è quindi frutto del caso e risulta estremamente appropriata la mostra che Emergency ha allestito in uno spazio del teatro: un’esposizione fotografica e una postazione video in 3D per conoscere ciò che accade negli ospedali di Kabul, Anabah e Sulaimaniya. In più di 40 anni, in Afghanistan la guerra ha causato un milione e mezzo di morti, centinaia di migliaia di feriti e mutilati, oltre quattro milioni di profughi. Sono questi i numeri con cui siamo costretti a fare i conti e questo grande affresco teatrale – complesso e affascinante, forse a tratti pesante, senz’altro scomodo – ci invita a non voltare le spalle, riconoscere le responsabilità di tutti senza condoni in una Storia di cui tutti siamo autori e comprendere che la violenza non porta altro che violenza.

Marzorati

 

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