Recensione “Ad esempio questo cielo”

ad esempio questo cielo

Dall’incontro con il poeta Raymond Caver nasce lo spettacolo Ad esempio questo cielo, diretto da Elisa Canessa e interpretato dal duo Federico Dimitri e Andrea Noce Noseda, in scena al Teatro della Contraddizione dal 4 al 7 aprile.

Tutto prende avio da una domanda che potrebbe sembrare scontata, ma la cui risposta non è affatto semplice e univoca: “Se ti restasse ancora un minuto da vivere, cosa faresti?”. Sul palcoscenico l’esistenza di un individuo si concentra in un breve lasso di tempo, ricordi reali si mescolano alla memoria fantastica e la vita diventa letteratura. Così, tra amori, delusioni, sofferenze e affetti che si rivelano nei piccoli squarci di vita raccontati, il solo elemento costante è il senso di morte, un sentimento profondo, che unisce e accomuna le esperienza umane.
Lo spettacolo nasce dalla volontà di riconciliarsi con quel mondo contemporaneo, sbeffeggiato nella precedente produzione, Hello! I’m Jacket! Il gioco del nulla, come dichiarato anche dalla stessa compagnia: «La necessità che ci ha mosso è stata quella di ritrovare, all’interno di questo grigio/ovunque, segmenti di luce. Piccole epifanie. Spazi poetici. Chiarito questo, un autore si è riaffacciato con forza alla nostra memoria. Raymond Carver». Ed è proprio a partire dalla poetica dell’autore che nasce l’esigenza di comunicare il suo sentimento di attaccamento alla vita, nonostante gli ostacoli e le privazioni, nonostante la consapevolezza che il nostro tempo sulla terra è limitato e la certezza che non riusciremo mai a realizzare le nostre aspirazioni.

La potenza del testo e l’abilità recitativa di Dimitri e Noseda si esplicano proprio nella capacità di coinvolgere emotivamente il pubblico, toccando le corde scoperte dell’animo umano – la paura di morire e di vivere, le nevrosi, il timore di essere inadeguati di fronte alle piccole o grandi difficoltà – e conducendo lo spettatore ad intraprendere la medesima ricerca e ad affrontare lo stesso sforzo creativo. È, infatti, impossibile non rimanere contagiati da quella stessa stringente necessità di raccontare storie, reali o meno, di parlare di sé e del mondo circostante, di acquisire una maggiore conoscenza della realtà grazie alla narrazione di nuove esperienze: la morte del cane della propria figlia, un amore tragico ed autodistruttivo, un dialogo commovente con il proprio padre, il rapporto morboso con una madre assillante. Tanti frammenti di (forse) ipotetiche esistenze, distanti e differenti, si uniscono a formare un mosaico polimorfo e disorientante, ultimo tentativo disperato di godere pienamente della vita in tutte le sue sfaccettature: momenti di grande intensità emotiva si accompagnano, allora, a situazioni comiche e grottesche, replicando l’imprevedibile mutevolezza della esistenza, che può rivelrsi oscura o luminosa nella più diverse situazioni.

Sulla piattaforma roteante, allestita al centro del palco, attorno a cui gli attori si rincorrono freneticamente e vorticosamente, si staglia il turbinio della vita umana e della creazione poetica, alla continua ricerca del vero, mai soddisfatta del risultato, sempre onanicamente rivolta su se stessa, incessantemente in movimento. E cosa c’è, infine, al termine del giro, una volta trascorso il fatidico minuto, in cui si sono concentrate intere parabole di esistenze? La morte, certo, ma non solo. In fondo, dopo i fiumi di parole, il dolore, la sofferenza e le passioni, resta la certezza di avere lasciato qualcosa di sé, “potermi ire amato, sentirmi amato sulla terra”.

Angelica Orsi

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