Recensione: “Accabadora”

accabadora
foto Marina Alessi

Una madre, una figlia, una sorella, una donna in fuga da se stessa e il ritorno al suo paese di origine, insieme a quello dei ricordi nella sua memoria. Tutto affiora nella figura di Maria, protagonista di quest’Accabadora teatrale che ricama la sua trama a partire da quella letteraria, premio Campiello, di Michela Murgia. Al Teatro Franco Parenti la regia di Veronica Cruciani si affida interamente all’attrice, Anna Della Rosa, e allo scavo cui il racconto costringe lo spettatore. In una scena di pochi essenziali elementi, la tridimensionalità si costruisce frammento per frammento nella voce che la drammaturga Carlotta Corradi ha scritto con minuzia. Una voce di chi ripercorre a ritroso tutti i dettagli di una vita, affinché il sentiero dissestato della memoria possa portare all’affiorare di quel momento preciso, quello dimenticato da cui tutto ha avuto inizio.

E lo spettacolo ha inizio nel punto in cui il romanzo termina: Maria torna a casa, in un paese immaginario della Sardegna. Figlia naturale non voluta prima, adottiva e amatissima dopo. Bonaria Urrai la prende con sé per crescerla e proteggerla da tutto, comprese quelle verità che a una bambina non si possono raccontare, su cui l’adolescente Maria avrebbe iniziato a nutrire sospetti, e che vengono alla luce quando lei è abbastanza donna da fuggire lontano per non vedere, per avere visto senza sapere. Alcune donne però restano più bambine di altre, per sempre figlie, quando imparagonabile a qualunque altro è il loro amore per la madre. E per questo il colpo da incassare per Maria è troppo doloroso, vissuto come un tradimento. Bonaria Urrai non è solo la sarta più brava, non solo per confezionare abiti nuovi si rivolgono a lei gli abitanti del paese, ma anche quando c’è qualcuno da aiutare, qualcuno da accompagnare alla morte ma la morte non viene a prenderselo: questo fa un’accabadora. E gli occhi di Maria non la vedono per lungo tempo, perché gli occhi innamorati di una figlia non seguono la logica degli indizi che aveva sotto il naso.

La storia si costruisce per ritagli di racconti che si susseguono fra di loro riproducendo lo stesso patchwork con cui la memoria immagazzina informazioni nell’arco di una vita. Sul filo del tempo la voce di Maria ricompone i vuoti, mette insieme i pezzi, trova spiegazioni fino ad arrivare alla risposta finale, che a sua volta riapre il baratro e la costringe a riconsiderare il suo ruolo. Attraverso le videoproiezioni di Lorenzo Letizia la sua figura si sdoppia mostrando una Maria più adulta e consapevole, che guarda alla bambina che è stata porgendole la mano per indicarle la direzione. Sotto le luci di Gianni Staropoli e Raffaella Vitiello che alternano luce e ombra dell’andirivieni tra memoria e oblio, e immersa nei suoni con cui John Cascone crea un’eco di rumori pazienti come la goccia che cade nel silenzio e rimbomba per tutta la stanza, in quest’atmosfera che accresce la voglia di riemergere dopo lunga apnea, Maria si mette di fronte a se stessa. Bonaria Urrai, sua madre, sta per lasciare questa terra, proprio adesso che lei l’ha conosciuta davvero, proprio adesso che i sentimenti la assalgono dibattendola tra l’amore e il perdono, la condanna e il rancore cruento che solo una figlia può serbare alla madre. Proprio adesso, Maria indossa la gonna e lo scialle nero di Bonaria, la divisa di chi soffocava l’ultimo rantolo di nostalgia che tiene l’uomo attaccato alla vita, e compie quel rito mai visto eppure così ben conosciuto. Maria accompagna sua madre all’eterno oblio, le induce il sonno della morte in un gesto che niente ha di violento ma tutto di pietà e salvezza, di estremo amore per la libertà. Maria è Bonaria Urrai, accabadora, madre, figlia, sorella, donna e bambina innamorata fino all’ultimo istante di chi le ha dato la vita, e poi un’altra, e un’altra ancora.

Alessandra Pace

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