Recensione: “45 giri”

45 giri

PREMESSA

Descrivere, improvvisando una trama, lo spettacolo della compagnia Astorritintinelli non avrebbe un senso. Per restar fedeli al senso dell’agire, quella che segue, più che una recensione, è una dissertazione.

Una dissertazione per lati di un’apologia del desiderio immaginato in cui tutto ride su una mancanza abitudinaria, liberamente ispirata da Il 45 giri di Alberto Astorri e Paola Tintinelli, in scena all’Après Coup Milano.

Nota bene: intendere ogni parola non convincente in senso etimologico, per amor di facilità (vale anche per il ‘piuttosto che’).

LATO A – IMMAGINAZIONE AL POTERE (O RIVOLTA DELL’IMMAGINAZIONE)

Non vi è nulla di più anarchico del potere e niente di più pauroso dell’anarchia dell’immaginazione. Pauroso nella misura in cui, se tutto vale, questo tutto è niente nel pensiero informe mentre è infinito nel pensiero metastabile.

L’ammirazione della realtà è serva della superficie della meraviglia che spinge a spectare e, forse, render inattivi. “La gente viene, guarda, ascolta”. E poi? Poi cosa segue, come si riempie il presente che viene dopo (peccaminosa contraddizione in termini)?

L’osservazione. L’ob che sta per avanti, sopra, attorno; il servare che vuole salvare, custodire, tenere gli occhi di retina e mente addosso a qualcosa/qualcuno. Elaborare una realtà che non riesce più a rientrare in una canonicità del dittico significato/significante. L’anarchia dell’immaginazione vuol svincolare da imperativi di rigidità scivolando in immagini che dissertano con profonda verticalità e di cui non si può dire.

La parola astratta chiama il reale disintegrandolo in utopia. È pura follia, sempre ammesso ne esista una impura.

Piuttosto che ammirare con meravigliosa superficialità una realtà senza pensieri lunghi, val forse immaginarla per consentire la sua evoluzione. Immaginare come distrazione, a sua volta presupposto di esistenza la quale è sempre una distrazione dall’esistenza. Come una mosca in un sogno pindarico, in grado di superare l’imperiosa supremazia greca e trascendere aggrappandosi al calore luminescente che scalda il dentro di noi e non la superficie.

LATO B – FOLLIAR ( O sulla BELLEZZA SPERATA)

Il fuori di noi, la grande opera. Cosa c’è lì fuori?

Esercitarsi a dirla, esercitarsi a rivendicarla. Un esercizio è un’isteria, un tocco violento alla reiterazione, un rischio di perdita, di affievolimento, di fallimento.

Dire l’arte, rivendicare l’arte, la sua funzione salvifica, la sua visione bella.

Ma se l’arte avesse subito un trattamento simile a quello della rana del principio della rana bollita? Se la rana-arte avesse, poco a poco, ceduto il suo esistere all’acqua in cui va morire. Se l’arte avesse accomodato la funzione a lei attribuita da Platone al calore del fuoco che lentamente la lesserà fino a renderla morta?

“è meglio andarsene […] spariamo”, dice Clov, o Paola Tintinelli che è tutta la bellezza che si sa definire per ciò che riguarda la creatività.

“Volevo morire in un modo diverso […]”, dice Hamm, o Re Lear, o Alberto Astorri che è tutti e tre e altri tanti.

“Soffiate, venti, a squarciarvi le guance! Cateratte del cielo ed uragani, rovesciatevi a fiumi sulla terra”, risvegliate l’arte fino a farla ribellare, tornare a immaginare, esercitarsi a rivendicare.

Ma come distrarsi (e quindi esistere) mentre si realizza il risveglio? In uno slancio proteso all’innocenza, intesa come il non nuocere dell’infanzia, all’apertura di espressioni come essenziale atto di respirare.

Alessandra Cutillo

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