Recensione: “28 battiti”

28 battiti
foto Achille Le Pera

28 battiti sono i rintocchi di un cuore esausto, quello di Giuseppe, professionista sportivo consumato dall’ossessione del successo, dalle cui parole risuona l’eco di una cronaca non molto lontana, il cui accento ci ricollega alla voce di Alex Schwazer e alla sua storia, che ha ispirato Scarpetti nella scrittura di questo meraviglioso monologo in scena all’Elfo Puccini dall’11 al 16 dicembre.

28 battiti sono intervalli troppo brevi nelle partite che si disputano tra le parole. È come se queste fossero costrette a scendere in campo tutte insieme, tutte nello stesso momento e di fretta e così qualcuna rimane indietro, incastrata tra qualche arteria, penzoloni sulle coronarie. Perché le parole viaggiano per il corpo e la quantità di quelle che riescono ad uscire è incredibilmente esigua rispetto alle altre, a quelle che restano, che si depositano nelle viscere, tra gli interstizi e gli abissi del corpo. Potremmo dire, quindi, che il corpo sia proprio questo: un ammasso di ingorghi, di valichi tra gli abissi, di parole liberate e di altre prigioniere. Il loro carceriere siamo noi, è Giuseppe, che tra provette e deliri, si mette a cercarsi dentro, con la paura di trovarsi.

28 battiti scandiscono il ritmo delle lacrime di questo aitante Narciso, ossessionato da una certa idea di sé riflessa nello specchio del successo, dei traguardi, delle medaglie. Giuseppe non è più presente a sé stesso, da anni ormai. Si è sacrificato nell’abitudine di giorni tutti uguali, di rituali e prove a cui si sottopone continuamente, che si infligge da solo come se ciò che lo spinge alla vittoria sia il punirsi e non il premiarsi. Il suo passo è lacerato in una marcia monotona, l’orizzonte del suo sguardo è squarciato da una galassia di traguardi e il cielo non esiste più. Giuseppe non ha più il cielo negli occhi. Ed è incredibile come Sartori riesca a trasmetterci l’oblìo che ne deriva. Questo va oltre la bravura, oltre la mera attorialità. Si tratta di onestà, di tenerezza. Giuseppe Sartori è un attore sincero prima che bravo. Lo si percepisce con forza dalla prima all’ultima fila; ha la capacità di trasportarsi a pochi millimetri da noi senza muoversi. Ci mantiene in bilico sul suo cuore.

28 battiti e poi più nulla. Il cuore batte e nessuno risponde. Sin da bambino, Giuseppe esperisce la vita camminando senza fermarsi, né a pensare, né a dire, né a vivere. Sa solo che deve muoversi, deve vincere e man mano che cresce gli applausi divengono più forti, più scroscianti, assordanti, dolorosi, inutili. Eppure non sopporta il silenzio, ha costantemente bisogno di quel rumore, di quello scroscio di dita frenetiche ed arriva ad alterare il proprio corpo, a doparsi, pur di avere nei timpani un suono che non sia il vuoto, l’assenza. E di cosa? Di un amore, di parole nella notte, di braccia gettate al collo, di piedi che camminano per andare senza dove nè perchè, di muscoli che non tremano più, di un cuore audace che sente ogni battito come fosse l’ultimo e accelera la vita per non perdersela.

Scarpetti sceglie delicatamente le parole per raccontarci una storia di cronaca. Poi queste parole si distanziano dalla realtà fattuale, sempre più, fino a raggiungere un altrove e a depositarsi l’una sull’altra, a formare un uomo che prende corpo nel personaggio di Giuseppe ( interessante il cortocircuito che si crea tra la maschera e la persona, tra lo sportivo e l’attore). E nella distanza percorsa dalle parole, il discorso sull’eccesso nello sport attraversa interrogativi e questioni umane più ampie, secolari: il rapporto dell’uomo con il proprio corpo, i limiti imposti dalla natura e la sua costante tensione nel valicarli; l’ossessione di un’immagine scelta per sé, di un’ipoteca sulla propria pelle che un giorno, uno qualunque, senza avvertirci, ci sfratta e fa sì che ci ritroviamo più nudi, più soli. Giuseppe è archetipo di ciò che siamo, di ciò che vorremmo essere e del fallimento di ogni forzatura di sè, di ogni disegno sul futuro. Ci affanniamo a rincorrere idee lontanissime delle persone che desideriamo diventare, senza considerare il punto di partenza: quel che siamo già diventati durante, dalla nascita, tra una cosa e l’altra, senza accorgercene. La strada percorsa ha un valore e un significato imprescindibili e tale concetto viene ripreso sapientemente e più volte dalle installazioni video di Luca Brinchi e Daniele Spanò.

Infine, il punto cruciale e quello di fuga, colui che riempie la realtà e poi la svuota davanti ai nostri occhi con maestrìa, con toccante e cruda magìa, è Sartori, che assume su di sé la responsabilità di essere sul palco prima di coprirne gli spazi, di vivere le parole anche senza pronunciarle. 28 battiti per andare. 28 battiti per finire. Poco prima degli occhi lucidi nella luce, poco dopo il buio. Nessun battito, nessun applauso, nessun rumore.

Giuseppe Pipino

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